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Incontro con lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati. Lo sguardo sui giovani

Incontro con lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati lo scorso martedì 21 marzo a Firenze.

La sua vocazione all’insegnamento è nata e cresciuta insieme a quella della scrittura. “Lo scrittore non scrive solo per sé, ma anche per chi non può farlo, questa è la responsabilità che mi sono sentito addosso, è la mia storia”.

La storia di Eraldo Affinati inizia in una famiglia povera, i genitori avevano la quinta elementare, lui non aveva (letteralmente) le parole. Di sé dice ancora che è stato “un ragazzo difficile, che non andava bene a scuola. E non volevo, più tardi, fare l’insegnante. Ma la prima volta che sono entrato in classe ho capito che potevo risarcire i miei genitori, sanare quel mutismo spirituale a cui erano stati costretti”.

Ha preso il via da questa autopresentazione l’incontro con Eraldo Affinati, di Famiglie per l’Accoglienza Regione Toscana che ha invitato lo scrittore, finalista al Premio Strega 2016 con il libro “L’uomo del futuro” dedicato a don Lorenzo Milani, a parlare di educazione e adolescenza.

Affinati ha parlato della sua esperienza di insegnante a contatto con ragazzi “difficili”, come quelli della Città dei ragazzi, istituzione educativa romana che accoglie soprattutto minori stranieri non accompagnati, raccontando con grande semplicità quello che lui stesso, per primo, si è trovato a imparare.

“Ho intrecciato un rapporto potente con questi ragazzi che, poi, mi hanno portato in tutto il mondo”. Il professor Affinati, infatti, come racconta nei suoi libri, ha accompagnato alcuni suoi alunni nelle terre di origine in Africa, ha vissuto del tempo con le loro famiglie nei loro villaggi, correndo il rischio di uscire dal proprio territorio per andare in quello dei suoi ragazzi, vivendo una paternità di fatto. Secondo Affinati “non è possibile passare indenni attraverso il processo educativo, è necessario ferirsi, farsi male, altrimenti non si è autentici, si rimane protetti dal proprio ruolo”.

L’insegnamento è anche il luogo in cui Affinati ha incontrato don Milani, affascinato dalla radicalità con cui il prete di Barbiana viveva la scuola come la vita: “Ha colto nella passione pedagogica del maestro l’essenza più autentica del cristianesimo, inteso quale racconto di sguardi che, incrociandosi, si prendono cura l’uno dell’altro  – ha detto –. Mi interessava capire che cosa possiamo fare oggi dopo don Milani: ho cercato in tutto il mondo figure di educatori, spesso preti e suore, che anche senza conoscerlo, vivono la sua stessa tensione”.

Per Affinati l’equivalente dei piccoli contadini analfabeti del Mugello, per i quali don Lorenzo aveva messo in piedi la scuola, sono oggi gli immigrati. La sua personale sfida è oggi nelle scuole Penny Wirton, fondate insieme alla moglie Anna Luce Lenzi, dove si insegna gratuitamente, senza burocrazia, voti o pagelle, in rapporto quasi uno a uno tra docente e allievo.

Questa esperienza è diventata a sua volta una scuola di vita per altri ragazzi: usando lo strumento dell’alternanza scuola lavoro Affinati ha portato diverse classi di alunni delle scuole superiori romane a insegnare italiano a loro coetanei stranieri. “La cosa più bella è come si coinvolgono i ragazzi. Ho notato che i più bravi sono ragazzi adottati, hanno una sensibilità speciale che li rende docenti”.

Gli è stato chiesto: “L’educatore, l’adulto come si deve porre di fronte al ragazzo, all’adolescente?”.

“Dovresti essere amico, spalla a spalla, e nello stesso tempo maestro, cioè incarnare il limite che lui non deve superare – ha detto Affinati – Il ragazzo ha bisogno di qualcuno che lo richiami a questo limite, bisogna essere nello stesso tempo rigidi e flessibili. Occorre una grande forza, ricominciare sempre daccapo, ed è rischioso. Ma l’adulto vero è quello che dimostra di avere scelto qualcosa nella sua vita”.