Ecco il testo dell'intervento di don Julián Carrón al Meeting di Rimini 2004
"Quale novità introduce nella realizzazione della persona, nella vicenda della vocazione [cioè nel rapporto col destino], nel gioco della libertà il rapporto uomo-donna nel matrimonio? E quale la sua importanza per l’educazione dei figli? Il modo di rispondere è partire dall’esperienza, guardare non il rapporto uomo-donna in astratto, ma il tuo rapporto di uomo con quella donna lì. Guardare per sorprendere in atto l’esperienza che fai. Perché tu conosci cos’è quella donna per te nell’esperienza che fai nel rapporto con lei. Per questo diciamo che la realtà [in questo caso qui, la donna] si fa trasparente nell’esperienza. Io conosco cos’è quella donna per me nel rapporto che ho con lei. Quella donna si svela nella tua esperienza come la cosa più attraente che ci sia nel mondo. Tant’è vero che, dopo averla incontrata, non capiresti un mondo in cui mancasse. Questo è, prima di tutto, un fatto che ti trovi addosso. Non lo scegli tu, ti capita. È una sorpresa. "Un amore è la sorpresa di una presenza che ti corrisponde". Sei contento perché questa persona c’è al mondo e tu hai avuto la fortuna di incontrarla. Il mondo è diverso perché lei c’è, perché esiste. Il fatto che sia la sua esistenza quello che ti colpisce, ti facilita capire il metodo usato dall’Essere per farsi conoscere. Infatti, l’Essere per farsi conoscere usa il metodo della preferenza: ti metti davanti una persona con una tale attrattiva alla quale tu non puoi resistere senza la coscienza di perdere il meglio che ti è capitato nella vita. "Non necessariamente la sposa – scrive don Giussani - è la donna più bella del mondo (è l’illusione di tre secondi di chi si innamora), ma la sposa è realmente il punto di preferenza oggettivo, perché non c’è niente che ti richiami l’Essere, il rapporto col destino e il rapporto della vita col compito che l’Essere ti dà, come quel rapporto lì"2. "La famiglia è un segno originale, dato dallo stesso Creatore. Ciò che è più decisivo come strumento per introdurci nel rapporto definitivo col destino, quindi già da ora alla verità, alla bellezza e alla giustizia nel rapporto con qualunque cosa e persona, è infatti fissato, non lo decidiamo noi: un Altro stabilisce questo strumento. Proprio Colui che dà alla nostra natura la costitutiva urgenza di una reciprocità di stima e di gratuità, proprio Lui ha creato la prima figura sperimentale, che rimarrà per tutta la storia, un luogo dove questa urgenza di carità diventa stabile ed essenziale: la famiglia"3. Questo rapporto preferenziale svela la vocazione, perché da nessuna altra cosa ti senti più chiamato come da quella persona lì. Nessuna altra sfida la tua libertà, come capacità di compimento totale di te stesso, della tua persona, cioè il tuo desiderio di realizzazione totale, come quel rapporto lì. L’amore a quella persona è così pieno di significato per te che diventa parte della definizione di te stesso. "Cos’è l’amare? È affermare l’altro. Affermare l’essere è amore. … Ma l’amore implica un’altra connotazione: affermare l’altro come significato di sé: non il significato di sé, ma come significato di sé; l’altro entra nel significato di me. Affermare l’altro come significato di sé, cioè come appartenenza al significato di sé: tu appartieni alla definizione di me stesso; il tu appartiene alla definizione di me. Per questo è amore". Ma, attraverso quella persona lì, chi ti chiama è l’Essere, il Mistero. Perché? Perché dal primo istante tu sei ben consapevole che quella persona lì ti è stata data. Ancora di più, ti è data adesso. Tu ti trovi davanti un fatto. E, perciò, sei altrettanto consapevole che non sei tu a mantenerla in vita, ma nemmeno lei. È il renderti conto che ti sia data quello che ti riempie di commozione e gratitudine. Attraverso questa esperienza ti rendi conto che il suo essere non lo generi tu, ma neanche lei. Chi lo genera? Chi te lo dà adesso? Chi te lo conserva? L’Essere, che dandogli la vita la fa partecipe del suo essere. Perciò quanto più la guardi con tutta la tua consapevolezza, prendendo coscienza del reale secondo tutti i suoi fattori, tanto più ti rendi conto che la sua presenza è segno d’un altro, ti richiama a un altro. Il suo significato per te è richiamarti il significato. Per questo la persona amata è quella che t’introduce di più al rapporto con l’Essere. Ti rende più evidente il destino, e il compito. A nessuno sfugge cosa vuol dire questo rapporto così vissuto per l’educazione dei figli. Se educare è introdurre un altro nella realtà, e non l’introduci se non quando gli comunichi il suo significato, può realizzare questo compito di educare solo chi a sua volta è stato introdotto nella realtà fino a scoprirne il significato. Perciò quanto più i genitori vivono con verità e pienezza la loro vocazione, il loro rapporto con la consapevolezza di essere chiamati dall’Essere, tanto più sono in grado di svolgere il loro compito di genitori, che non è soltanto portare il figli al mondo, ma dargli il significato. Altrimenti è una ingiustizia portare figli al mondo, tant’è vero che in tanti non hanno figli perché, piuttosto di portarli a questo mondo senza senso, è meglio non portarli. Questa è riconosciuta come una delle ragione del calo della natalità. È come quando fai regalo a un bambino di un giocattolo elettronico. Il fabbricante mette nella scatola le istruzioni per l’uso altrimenti il bambino si rapporterebbe al giocattolo secondo quello che gli pare e piace e tante volte finirebbe per disinteressarsi di esso; e non sarebbe giusto dargli un giocattolo e non spiegargli come funziona. È un esempio di quello che succede con il bambino. I genitori danno al bambino il regalo più prezioso: la vita. Ma questo giocatolo che gli viene dato non porta le istruzioni per l’uso. È per questo che il mistero lo ha fatto nascere in una famiglia, perché lì all’interno della famiglia, in quella tradizione, gli venga comunicato il Significato, lì sia introdotto al Mistero della vita, impari a rapportarsi al reale nella sua verità. Per questo è nell’educazione dei figli, nella comunicazione di questo significato che i genitori realizzano la loro paternità. E lì dove si rende evidente che sono padri, perché insieme alla vita comunicano al figlio il suo significato. Ma questa comunicazione non è una trasmissione astratta di contenuti, non è la consegna d’istruzioni per l’uso, ma la testimonianza di cosa può essere la vita vissuta nella sua pienezza. "Si può salvare un altro –diceva Kafka- solo attraverso la propria esistenza" 4. Da qui l’importanza della vita dei genitori, dell’impegno per vivere il loro rapporto fino a scoprire il significato, per l’educazione dei figli. Essi con la loro vita gridano davanti al figlio la ragione per cui vale la pena nascere. Ma perché tutto questo accada occorre, già dall’ inizio, la messa in moto della libertà. Abbiamo detto che nessuna altra cosa sfida così tanto la libertà come l’attrattiva della persona amata. Ma c’è una cosa che la persona amata non può fare al mio posto: accogliere il dono della sua presenza. Per questo dice don Giussani che la prima attività è una passività: "è una passività che costituisce l’originaria attività mia, quella del ricevere, del costatare, del riconoscere"5. Senza questa accoglienza non ci sarebbe famiglia. È per questo che l’accoglienza sta nel DNA della famiglia, appartiene alla sua stessa costituzione. "La famiglia è il primo fenomeno, per natura, in cui l’accoglienza, assume questi connotati totalizzanti"6 (p. 65) Per questo voi avete prolungato nella vostra associazione Famiglie per l’Accoglienza la vera natura della famiglia. Prima mi raccontava uno di voi, e mi ha fatto molta impressione questo episodio, che un padre ha un figlio con gravi difficoltà, cieco e con altri handicap, ma questo non ha impedito il destarsi nel padre dell’affezione al suo bambino. Tanto è vero che non andava a lavorare senza salutarlo e baciarlo anche se non poteva ricevere da lui nessuna reazione. L’attrattiva del reale è così potente che anche quando uno ha tante difficoltà e non c’è neanche una risposta, non è in grado di fermare questa attrattiva a cui uno si attacca. Un giorno questo papà aveva fretta e si è dimenticato di salutarlo. Mentre andava a lavorare stava male, si era accorto che non lo aveva salutato, e Il ricordo di questo gli ha fatto pensare all’Essere, che non aveva riconosciuto, l’Essere che gli aveva dato quel bambino e che non aveva pregato nell’Angelus. Accogliere il reale così, perché il reale anche in un bambino in questa condizione desta un’attrattiva che non può non introdurre all’ Essere, e quando uno si dimentica, questo dimenticarsi ti attiva, ti catapulta a far memoria dell’ Essere. Questo è il valore della famiglia: che ti lancia al destino, al compimento di te stesso. Ma non sarebbe realista finire senza prendere atto di una difficoltà: la nostra fragilità, il nostro male. È per questo che il Mistero ha avuto misericordia di noi facendosi compagno di cammino. Come? Adesso lo possiamo capire meglio: con lo stesso metodo della preferenza, cioè suscitando davanti a noi una attrattiva vincente in modo tale da essere facilitati a riconoscerla e ad aderire ad essa. Questa attrattiva ha un nome, Gesù, che permane presente nella compagnia degli uomini che lo riconoscono come compagnia e significato del vivere, anche la famiglia. Accogliendo la sua Presenza, che ogni volta ti ridesta a causa di uno sguardo pieno di tenerezza verso di te, pieno di compassione con la tua debolezza mortale, tu sei in grado di non perdere la strada, di non lasciarti vincere dalla paura o dal panico. E a questo riconoscimento di Cristo presente nell’attrattiva di una presenza irriducibile ai miei pensieri nessuno lo può capire meglio che uno sposato. Di questo ci ha lasciato Lewis una testimonianza senza paragone. Con le sue parole concludo il mio intervento: "Il dono più prezioso che mi ha fatto il matrimonio è stato quello di farmi costantemente scontrare con qualcosa di molto vicino e intimo, ma nello stesso tempo assolutamente altro e irriducibile; in un parola, reale... Ho bisogno di Gesù Cristo e non di qualcosa che gli somigli. (...) Amo mia moglie, e non qualcosa che le assomigli. La mia immagine di Dio è fatta a pezzi una volta dopo l’altra. La fa a pezzi Dio stesso. Che sia fatta a pezzi è uno dei segnali della sua presenza. L’incarnazione è l’esempio per eccellenza; manda al màcero tutte le immagini preconcette che si potevano avere del Messia.(...). L’amata terrena, anche quando è ancora vivente, trionfa sempre sopra la mera idea che di lei si può avere. Ed esige uno che sia così. … Amare lei è diventato, entro certi limiti, amare Cristo… Non la mia immagine di Dio, ma Dio; non la mia immagine della mia donna, bensì la mia donna".
1 L. Giussani, Del temperamento un metodo, p. 115.
2 L. Giussani, Dal temperamento…, cit., p. 26-27.
3 L. Giussani, Generare tracce, p. 100.
4 F. Kafka, Lettere a Milena, Praga 31 luglio 1920.
5 L. Giussani, Il senso religioso, p. 141.
6 L. Giussani, Il miracolo dell’ospitalità, p. 65.
Testo pubblicato su:"Lettera Periodica" dicembre 2004