La dimora possibile: Cesana al Meeting 2002

"Famiglie normali, cioè accoglienti". Presentazione della mostra al Meeting 2002

          
Intervento di Giancarlo Cesana alla presentazione della mostra "LA DIMORA POSSIBILE", promossa dall’Associazione, al Meeting di Rimini 2002
(trascrizione non rivista dall’autore)
   
Parto da un episodio accaduto alcuni giorni fa, sulle rive del Ticino, in una zona vietata alla balneazione. Due ragazzini sono entrati in acqua e si sono trovati in difficoltà, stavano annegando, quando un giovane di 35 anni è partito in loro soccorso: li ha salvati tutti, ma lui è morto.
Il fatto è stato commentato da Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della sera, con un articolo dal titolo: "Non facciamone un eroe di ferragosto". In questo articolo esprime un’idea molto giusta, che anch’io voglio dire: questo giovane, morto per persone a lui sconosciute, ha espresso una disposizione del cuore umano che tutti in qualche modo sembrano dimenticare; cioè ha espresso un’immediatezza nella dedizione all’altro, nel soccorso dell’altro, così semplice e così decisa che questo giovane (così scrive Isabella Bossi Fedrigotti) rende onore all’uomo, quell’onore che l’uomo non ha più. È come se l’uomo si fosse dimenticato di questa sua disposizione che invece ha profondamente dentro di sé. Perciò la giornalista scrive: "non facciamone un eroe di ferragosto", il rappresentante di un episodio eccezionale ed isolato, ma consideriamolo come il rappresentante di noi, della nostra tensione al bene e all’altro, all’altro anche in difficoltà, anche non conosciuto.
Noi abbiamo dentro questo istinto. Questa idea di una tensione al bene connaturata, dentro al cuore dell’uomo, è espressa anche da don Giussani nel libretto sulla caritativa, quando dice che l’uomo, così come lo dice tutta la tradizione cattolica, ha dentro di sé questa tensione, ha dentro questa disposizione ad impegnarsi per l’altro. In fondo l’accoglienza, l’aiuto all’altro è la cosa più normale che ci sia.
In effetti se noi pensiamo alle famiglie, agli asili e orfanotrofi, agli ospedali e a tutta l’attività di sostegno e solidarietà che ha caratterizzato e caratterizza la società dobbiamo ritenere che questa disposizione all’accoglienza non è una cosa anomala, ma è normale, anche se dire questo sem-bra un paradosso. Paradosso perché se ad uno per strada dicessimo che accogliere un bambino estraneo in famiglia è una cosa normale ci direbbe che non è vero. Ma dire che non è vero, questo relegare l’ospitalità all’eccezionalità di un atto, estraendolo dalla normalità della convivenza è proprio la perversione culturale di questa società. Un genitore che diventa vecchio si aspetta che il figlio lo assista: nel bisogno uno si aspetta di essere aiutato.
Se lo aspetta così tanto che se lo vuole garantire: la cosiddetta "Welfare society", la società del benessere, l’assistenza al bisogno. (L’assistenza è un diritto, non la salute, come dice la costituzione italiana, perché se ti ammali puoi avere tutti i diritti che vuoi ma rimani ammalato, la malattia è una realtà). Comunque questo bisogno è così intenso che per essere sicuri si tende a costruire una società "così perfetta - come diceva Milosz- dove sia inutile essere buoni". Perché non si accetta più la normalità dell’accoglienza? È vero che l’uomo è cattivo, ma è anche vero che compie degli atti buoni, vero che il mondo sta su per questa tensione al bene, per questa positività. Ma perché queste cose sono così misconosciute? Perché sono così sconosciute e chi le fa si sente un eroe?
Perché l’uomo, pur avendo dentro questa tensione al bene, fa il male che non vuole; perché noi, pur vedendo questa necessità di bene, ci contraddiciamo e siccome noi contraddiciamo il bene che vogliamo, diciamo che il bene non c’è, che è impossibile: siccome siamo incapaci di fare pienamente il bene e siccome noi non siamo stati fatti oggetto di bene come vorremmo, diciamo che, in fondo, non ha valore. Così decade l’accoglienza, l’ospitalità, l’altruismo, ecc. e sembra anche che chi fa queste cose, faccia cose dell’altro mondo, mentre tutto il mondo è venuto su per questo tessuto di gesti, per questa dedizione che c’è stata in mezzo alla gente. L’uomo, a causa della sua incoerenza, dice che ciò che vuole (il bene), in fondo non vale nulla e si tira indietro. All’inizio di questo Meeting, Marco Bona Castellotti ha letto un brano della lettera di S.Paolo ai Filippesi: "Fate tutto senza mormorazione e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio, immacolati, in mezzo ad una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo". Mi ha colpito questa definizione di "generazione perversa e degenere" che S. Paolo dava di quelli che erano con lui ai suoi tempi, e che potremmo applicare anche a noi: perché anche noi siamo in mezzo ad una generazione perversa e degenere, non perché siamo cattivi e incoerenti e non siamo capaci di fare il bene; ma perché non abbiamo più il concetto del valore del bene, di cosa tiene su la famiglia, l’ospitalità, l’educazione dei figli, l’accoglienza dei figli.
Abbiamo abolito il bene perché ne siamo incapaci.
Perché le famiglie di una volta stavano tutte insieme e quelle di oggi, anche di quelli educati cristianamente, si separano? Perché non vivono più come normalità quello che costituisce la vita: l’accoglienza dell’altro, la reciprocità, ecc. Sembra tutto eccezionale e tutto impossibile. A me ha colpito il fatto che siamo "in mezzo ad una generazione perversa e degenere", perché mi sento molto a disagio ad erigermi giudice degli altri, di quelli non come me, che non fanno niente di quello che faccio io, come "perversi e degeneri", anche se capisco che c’è una grande perversione mentale, una lontananza da quello che è buono e necessario.
Però mi ricordo sempre l’episodio del profeta Giona davanti alla città di Ninive, che era abitata da gente perversa e degenere. Giona andò ad avvisarli che sarebbe stata distrutta se continuavano a comportarsi così, ma siccome questi andavano avanti lo stesso Giona andò fuori dalla città, si mise davanti alla città nel deserto aspettando che Dio arrivasse con il fulmine e la distruggesse. Però faceva molto caldo e Giona sudava. Allora Dio ebbe pietà di lui e fece nascere vicino a lui un grande ricino che gli fece ombra, così che Giona potesse aspettare con tranquillità la distruzione. Però Dio non interveniva, ed ad un certo punto si cominciò a seccare anche il ricino, e Giona ritornò al sole e si mise a piangere, perché Dio non l’ascoltava. Allora Dio intervenne dicendo: "Ma come? Piangi perché si è seccato un ricino che ti faceva ombra, che non hai fatto tu, che ti è stato gratuitamente, e non piangi per la distruzione di una città di migliaia di persone?!".
Dio è misericordia. Cosa manca a me, a noi? Manca il guardarsi in faccia come siamo per percepire tutta la misericordia di Dio, tutto quello che Dio ci dà; manca il sentire che la vita è stata data, che siamo perdonati, che in fondo quello che abbiamo non lo abbiamo meritato, che tutto quello che c’è è molto più di quello che c’è. Questo è il sentimento positivo della vita. Per vivere la famiglia bisogna sentire la vita così e sentire che l’accoglienza non è una cosa straordinaria, ma è ciò che permette alla famiglia di essere veramente tale. E da questo punto di vista, occorre non una teoria, ma una testimonianza, un esempio che si possa guardare, di questa percezione di sé come essere gratuitamente costituito e sostenuto. È vero che abbiamo il desiderio di bene, è vero che siamo incoerenti, al punto che vorremmo togliere il bene dalla nostra prospettiva e questo accade perché si perde Dio come misericordia. Ma se è vero che noi non siamo capaci di fare il bene, di essere così, c’è Dio per questo. La vita è data e noi siamo continuamente ricostituiti in quanto perdonati: percepire la vita così è percepire la vita con positività. È Dio che permette all’uomo di non essere disperato rispetto al proprio desiderio di bene e di felicità, perché Cristo ci ha amati, è morto per noi e continuamente ci ricostituisce, continuamente ci perdona, ci rifà.
Io spero che chiunque faccia esperienza di accoglienza, faccia esperienza di questo essere rifatto, perdonato, ricostituito: in fondo è così poco quello che noi facciamo per gli altri, ed è così tanto quello che riceviamo -non sentimentalmente parlando, ma come esemplificazione della positività che ci può essere dentro la vita- che noi non possiamo far altro che essere grati: è Dio che lo permette.
E la Chiesa c‘è per dimostrare questo: cioè che il bene, il bello, ciò che l’uomo desidera, esiste e può essere vissuto. Questa testimonianza che la Chiesa dà, e noi diamo in quanto esperienza di Chiesa, è anche il fattore principale di costruzione della società nuova, perché la società nuova deve essere fatta di un bene pieno di fascino. Io credo che le famiglie per l’accoglienza, per la contingenza storica e culturale nella quale ci troviamo, debbano essere avvertite come l’esempio di ciò che deve essere normale; non nel senso che tutti si debbano mettere ad accogliere orfani, bambini in affido, ecc., ma normale in quella che è la dimensione fondamentale della vita: se non accogli l’altro, non accogli neanche tua moglie, tuo marito, i tuoi figli.
L’accogliere gli altri, chi è lontano, distante, è solo un richiamo al fatto che la prima cosa che io devo fare è accogliere colui a cui dico "ti amo". Anche questo, amare veramente, all’uomo è impossibile, ci vuole sempre Dio. Io desidererei proprio che tutti guardassero questa esperienza non tanto per celebrare un eroismo, un ’eccezionalità, ma per sottolineare una nor-malità, che deve entrare nella condizione umana.

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