LUOGHI DI BENE: IL SOSTEGNO ALL’ACCOGLIENZA E ALL’ EDUCAZIONE
Gli oltre 250 volontari che si sono coinvolti hanno portato avanti una fitta serie di attività ed azioni, ma ancor più, hanno perseguito una intensa trama di rapporti, dando vita ad una rete sociale che ha permesso il vero sviluppo del progetto. Numerosi infatti i soggetti sociali coinvolti fin dal primo nascere di Luoghi di Bene: scuole, cooperative sociali, case di accoglienza, comuni, ecc.
I protagonisti di questo grande lavoro sono per la maggior parte famiglie, persone che essendo già coinvolte con esperienze di accoglienza o essendo impegnate sul versante educativo, hanno desiderato condividere con altri i passaggi salienti della loro esperienza e hanno tentato di rispondere con maggiore efficacia e sistematicità ai bisogni e ai desideri di adulti e bambini.
Con sorpresa, sottolineiamo il fatto che le realtà provinciali meno strutturate e dunque più “affaticate” dagli oneri di lavoro, sono comunque quelle che maggiormente sostegno la necessità di avviare nuovi progetti che possano mantenere e sviluppare le iniziative intraprese.
Riteniamo che l’altro aspetto fortemente positivo di questo lavoro, sia stata la possibilità di un metodo comune, declinato poi localmente a seconda delle circostanze e della soggettività di ciascuno. L’impronta unitaria del progetto, infatti, anziché rappresentare la mortificazione dell’iniziativa dei singoli, è stata punto di riferimento collettivo cui attingere per entrare nella realtà con più chiarezza dei fattori in gioco. Sono molti i “varchi” aperti da LUOGHI DI BENE, sia in termini di contenuti che in termini di metodo.
Pur essendo ancora in atto la fase valutativa del progetto, siamo in grado di sostenere il pieno il raggiungimento degli obiettivi specifici del progetto e desideriamo mettere in evidenza come i risultati ottenuti da “Luoghi di bene” siano fortemente congruenti con il raggiungimento degli obiettivi prefissati che nel documento di progetto erano stati così identificati:
Proponiamo di seguito una analisi di tali obiettivi specifici
L’attività di formazione ha ampiamente potenziato le risorse familiari e professionali che entrano in gioco nella presa in carico dei minori vulnerabili, come documentano gli indicatori di impatto di tali attività riportati nella presente relazione. Essa è stata fortemente centrata “sulla cura del soggetto che si prende cura”, non solo come acquisizione di tecniche ma soprattutto come modalità di educazione del soggetto a sua volta chiamato ad educare per aiutare. In tal modo si assicura la sostenibilità dell’obiettivo, poiché un soggetto “educato”, cioè criticamente aperto al reale, saprà identificare meglio i propri bisogni e ricercare gli strumenti atti a sostenere l’azione rivolta ai bambini o alle altre famiglie. L’empowerment delle famiglie e degli operatori infatti coincide con lo sviluppo della loro capacità di vagliare, decidere ed agire.
Un fattore di novità nell’attività di formazione è dato dal fatto che è sia stato possibile potenziare le risorse delle famiglie e operatori dedicati al sostegno diurno di minori , attraverso percorsi specifici e mirati che hanno consentito
a) di incrementare le accoglienze a tempo parziale da parte delle famiglie
b) di conferire un alto standard qualitativo alle azioni sinergiche, come si deduce dai risultati significativi ottenuti, che abbiamo presentato precedentemente
Le stesse azioni sinergiche pur essendo centrate sull’aiuto ai bambini, hanno contribuito a rafforzare le capacità operative delle famiglie e degli operatori, poiché è proprio nell’esercizio di una competenza che la stessa ne esce più efficiente e più efficace, perché più pertinente, più fattibile e più verificata.
In altre parole, il lavoro di riflessività sull’azione portato avanti dalle famiglie e dagli operatori, ha costituito un fattore di potenziamento delle loro risorse in quanto soggetti la cui azione, verificata in tempo reale, si trasforma in percorsi capitalizzabili e trasferibili.
Il potenziamento suddetto si estende alla dimensione comunitaria, come ampliamento delle reti che il progetto ha mobilitato sia nella fase iniziale che in tutto il suo svolgimento , reti che si configurano a due livelli
- Un intra-net, interno al progetto, come relazioni tra soggetti con competenze differenti immessi nella realizzazione di tutte le attività del progetto, in modo particolare nelle azioni sinergiche
- Un inter-net, che si dirama dal progetto al territorio, e quindi come relazioni tra i soggetti attuatori del progetto e gli attori incontrati e coinvolti nell’una o nell’altra attività, in modo particolare negli eventi pubblici.
Nel primo livello (intra-net) l’intreccio relazionale è stabile e strutturato, ma presenta un elevato grado di flessibilità, tale da consentire uno sviluppo adattabile a diversi contesti sul territorio nazionale, dal Veneto alle Puglie, dal Piemonte alle Marche. Ciò è stato possibile grazie a due fattori
a) la cultura di base dei soggetti coinvolti che pur nelle diverse appartenenze organizzative presenta ampie intese nella condivisione dei contenuti e degli scopi del progetto, risparmiando loro il rischio di estenuanti negoziazioni e perdite di tempo
b) le strategie di conduzione messe in atto, il monitoraggio puntuale, l’azione di coordinamento che ha saputo coniugare integrazione e differenziazione non solo rispetto alle attività, ma anche nei confronti dei soggetti coinvolti (referenti e responsabili, operatori, organizzazioni).
Nel secondo livello emerge il fatto che l’intreccio di relazioni ha un contenuto che non è stato semplicemente formale (connessioni istituzionali), ma anche operativo e strumentale. A tale proposito colpisce l’alto indice di operatività delle reti, la qualcosa fa ben sperare che esse siano un capitale sociale investito che non consuma relazioni, ma ne produce e le rafforza attraverso la cooperazione.
Infine, uno degli obiettivi del progetto era costituito dalla identificazione di buone prassi, cioè di esperienze in atto che sono risultate efficaci in sede di verifica. La documentazione e le informazioni rilevate riportano numerosissimi “esempi” che riguardano essenzialmente il modo di
a) accogliere i bambini da parte delle famiglie
b) accompagnare educando in modo puntuale i bambini da parte delle famiglie
c) accompagnare educando in modo puntuale i bambini da parte degli operatori
d) aiutarsi da famiglia a famiglia
e) aiutarsi delle famiglie tra loro.
L’identificazione di tali buone prassi è il primo passo perché esse possano essere messe a sistema, senza per questo attivare processi di standardizzazione che provocano il rischio di auto perpetuazione a fronte di una realtà variegata e mutevole .
Tuttavia uno degli obiettivi del progetto è quello di rendere trasferibili percorsi ed esperienze “vincenti”. Ciò è stato già fatto attraverso modalità differenziate in base alla natura delle esperienze, agli interlocutori e ai territori.
La forma privilegiata è stata generalmente quella “narrativa”, che si è affiancata alla circolazione di strumenti di sensibilizzazione, di diffusione, di comunicazione ed alla realizzazione di eventi, documentati in questa relazione.
Uno di questi è stato l’evento finale e conclusivo del progetto, che si è svolto a Rimini nel mese di agosto ed ha avuto specificatamente come oggetto la comunicazione dei risultati del progetto a coloro che vi sono stati implicati a vario titolo.
In conclusione ci preme sottolineare che il materiale emerso dall’attività valutativa, i dati rielaborati e le informazioni qualitative offerte dai responsabili locali , sono di una ricchezza tale che è stato possibile solo in parte valorizzarli. Le osservazioni ed i commenti raccolti durante gli incontri coi referenti, la “narrazione viva” di alcuni dettagli, la consapevolezza nei confronti del lavoro svolto, la qualità dell’accompagnamento fatto dagli stessi alle famiglie, agli operatori ed ai bambini, ma anche la relazione che si è sviluppata tra loro, con il coordinatore e con il Comitato Scientifico, nel corso della realizzazione del progetto, sono stati degli indicatori aggiuntivi degli esiti prodotti dal progetto.
Ciò ha provocato nei valutatori una ulteriore suggestione, cioè che il primo “Luogo di bene” è stato costituito proprio dallo staff operativo del progetto che ha creato un ambito di lavoro come luogo di condivisione delle difficoltà, dei frutti raccolti, delle soluzioni identificate rispetto ai problemi emersi, delle buone pratiche e della loro trasferibilità, in un clima di cordialità e di stima reciproca con i professionisti, che non sempre si riscontra in contesti di lavoro.
Ciò premesso, ci sembra di poter affermare con buona certezza che l’obiettivo generale del progetto, identificato in “incrementare il benessere dei minori riducendone la vulnerabilità grazie al potenziamento dei soggetti e delle risorse disponibili”, sia stato ampiamente atteso poiché: i soggetti in gioco (famiglie ed operatori) hanno ottenuto un significativo potenziamento delle loro risorse umane e tecniche, grazie alle attività formative i cui risultati sono stati ampiamente documentati nella presente relazione
- i minori sono stati aiutati e la loro vulnerabilità ne è risultata ridotta grazie alle attività educative di cui hanno usufruito e all’accoglienza di cui sono stati oggetto da parte delle famiglie e degli stessi operatori.
Infatti, se il rischio, in una prospettiva relazionale, è inversamente proporzionale alle risorse fruibili dai soggetti, se ne deduce che il potenziamento dei soggetti in gioco e delle loro risorse abbiano generato una riduzione del rischio di vulnerabilità. Inoltre, poiché l’educazione è stata la principale risorsa metodologica investita nel progetto “Luoghi di bene” è verosimile che essa possa determinare nei bambini e nei ragazzi, ma anche nelle famiglie e negli operatori presi in carico dal progetto, degli obiettivi sostenibili, poiché l’educazione non incide solo sulle risorse ma sull’identità del soggetto.