Un primo giudizio dell'associazione Famiglie per l'Accoglienza sul dibattito in corso

Vincoli all'idoneità adottiva? Spunti per un giudizio

Dalla parte del bambino o dalla parte dei pregiudizi? Nelle settimane passate la notizia di un parere - peraltro non ancora formalizzato – della Corte di Cassazione relativo alle indicazioni espresse dal alcuni Tribunali dei Minori nell'atto di mettere il decreto di idoneità all'adozione internazionale, ha suscitato un vivo dibattito. Ecco alcuni spunti per da parte di Famiglie per l'Accoglienza per un approfondimento del dibattito in corso

                                 
Dalla parte del bambino o dalla parte dei pregiudizi? Nelle settimane passate la notizia di un parere - peraltro non ancora formalizzato – della Corte di Cassazione relativo alle indicazioni espresse dal alcuni Tribunali dei Minori nell'atto di mettere il decreto di idoneità all'adozione internazionale, ha suscitato un vivo dibattito. Perchè tali indicazioni o limitazioni – che vincolano la possibilità di adottare della coppia cui si riferisce il decreto all'età o all'etnia del bambino – sono state duramente contestate da rappresentanti di enti autorizzati all'adozione internazionale. Uno per tutti, l'AIBI.
Si tratta di razzismo oppure le idoneità vincolate hanno ragion d'essere?
                                                             
Il quesito ha avuto intanto un'autorevole risposta da Carlo Giovanardi, presidente della Commissione Adozioni Internazionali, che ha ribadito, da un lato, il no alle discriminazioni razziali, aggiungendo però che il problema risiede nella verifica della effettiva capacità delle coppie di accogliere – si legge in una nota di agenzia - “quelle differenze che costituiscono l’essenza stessa dell’adozione internazionale”, “ed è quindi necessario che i servizi sociali valutino l’effettiva capacità delle coppie di farsi carico di queste differenze e che gli enti, che ricevono il loro mandato, continuino a sostenerle e a orientarle verso scelte realmente sostenibili, sempre nel supremo interesse del bambino” (parte del dibattito è documentato nella rassegna stampa di questo stesso sito).
                        
Alcuni genitori adottivi di Famiglie per l'Accoglienza si sono misurati senza preconcetti, ma a partire dall'esperienza, con questi interrogativi: ecco alcuni passaggi sintetici del loro giudizio, che non chiude certamente la questione, ma anzi offre lo spazio per un confronto maturo - al di là delle polemiche mediatiche e degli schieramenti artificiosi che si creano su alcune parole d'ordine.
Il tema chiama in causa, prima di tutto, il rapporto tra il percorso che la coppia compie verso l'adozione e gli strumenti che il nostro ordinamento ha previsto per la sua realizzazione.
                                               
Il Tribunale è chiamato a valutare l'idoneità della coppia all'adozione, quindi ha la responsabilità di descriverne gli aspetti oggettivi ,così come sono stati rilevati. Questo suo ruolo si esprime, perciò, nell'indicare vincoli quando e come percepisca che ci sono dei limiti alla disponibilità della coppia: a proposito dell'handicap, dell'età, del numero dei fratelli e anche del colore della pelle. Tali variabili costituiscono termini oggettivi di cui prendere atto e si può negare, se non ideologicamente, che possono avere ricadute sul delicatissimo processo di immedesimazione richiesto dall'adozione.
                                     
Nell'adozione non si tratta, infatti, di offrire mantenimento o assistenza, e nemmeno educazione, ma è in gioco la possibilità di dire, con il cuore e con verità ad un bambino “Tu sei mio figlio”. Il giudizio del Tribunale opera perciò dalla parte dei diritti del bambino adottato – non certo, quindi, a sostegno dei diritti delle coppie ad avere un figlio “su misura”.
                                     
Ogni aspirante genitore deve fare i conti con il proprio cuore e la propria disponibilità ad accogliere ed essere messo in grado di vivere con verità la propria vocazione: questione non riducibile a regole di comportamento e di etica e nemmeno all'osservanza della regola del “politicamente corretto”. In altre parole, l’accoglienza non si impone per legge nè si può sancire con le norme che tutti siano disposti ad accogliere tutti.
                        
Ma, per questo, la coppia che manifesta difficoltà e che il Tribunale abilita ad adottare solo in alcuni casi, non può essere ritenuta di “serie B”. Piuttosto questa coppia potrà incontrare ostacoli nel suo cammino, dal momento che gli enti autorizzati potrebbero non accettare un'idoneità vincolata: un decreto di questo tipo, insomma, sposta “a valle” la questione.  Meglio allora un giudizio di non idoneità, che inviti la coppia a rivedere il suo percorso e la propria disponibilità? Una soluzione realistica potrebbe essere la sospensione del giudizio, da parte del Tribunale, con la prescrizione di seguire un percorso formativo, oppure la possibilità di rifare domanda di adozione senza pregiudizio derivante da un decreto di inidoneità precedente.
                                           
E' possibile, infatti, compiere un cammino di maturazione e di cambiamento – e la storia della nostra Associazione lo testimonia – soprattutto se avviene in una compagnia e nella condivisione di un'esperienza. Quello che nella logica del “politicamente corretto” – come ad esempio, dichiararsi non disponibili per un bambino grande e magari con ritardo evolutivo - potrebbe essere visto come qualcosa che rivela una mancanza di requisiti negli aspiranti genitori, può rivelarsi, invece, solo la prima tappa di una disponibilità che se supporata potrebbe non porre più limiti.

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