Quattro punti fermi sull’affidamento familiare

Le esperienze e le riflessioni emerse all’interno della proposta di compagnia di Famiglie per l’Accoglienza hanno messo in luce alcuni elementi importanti di giudizio:

  • Non bisogna illudersi di poter “salvare” i minori che vengono accolti in famiglia: a volte questi bambini portano in sé ferite così profonde che non potranno mai essere sanate del tutto. Talvolta sembra che l’intervento della famiglia affidataria e i suoi tentativi di aiuto siano del tutto inutili. Ma il destino di questi bambini, come del resto quello dei figli naturali, non è nelle mani delle famiglie affidatarie, il cui compito è quello di offrire, secondo capacità, un luogo di totale accoglienza. L’affido resta ugualmente un’esperienza positiva ed educativa innanzitutto per le famiglie affidatarie, che attraverso questa avventura possono imparare uno sguardo più umano e più vero su di sé e sul compito della famiglia;
  • L’affido è un’esperienza educativa che mette in movimento e in “discussione” tutta la famiglia: insegna a guardare con occhi nuovi, meno possessivi, anche i figli naturali; mette in contatto con situazioni di “diversità” e difficoltà che non sono sempre facili da accettare; svela le potenzialità di apertura e coinvolgimento della famiglia affidataria, ma anche le sue incapacità e grettezze. L’affido è perciò un’esperienza che è difficile e rischioso fare “da soli”. Incontrarsi stabilmente con altre persone che vivono situazioni simili e giudicare insieme le difficoltà è indispensabile per ritrovare il punto di vista adeguato da cui guardare i problemi e per recuperare i motivi che hanno mosso la spinta iniziale e la sostengono nel tempo;
  • Il rapporto con la famiglia d’origine del ragazzo accolto è un nodo fondamentale perché l’affido possa riuscire, anche se spesso è la causa delle maggiori difficoltà per gli affidatari. Non si tratta infatti di “sopportare” i genitori naturali del minore, di fingere sorrisi e tolleranza; si tratta di accogliere la loro storia, spesso molto difficile, e di riconoscere il bene che – nonostante tutto – essi sono per il loro figlio;
  • La famiglia che fa l’affido non è una famiglia “specializzata” o “professionista” dell’accoglienza che – dopo adeguati corsi di psicologia e “formazione” – acquisisce le competenze necessarie per trattare i “casi difficili”. La famiglia affidataria è invece una famiglia “normale”, che ha in sé, proprio in quanto famiglia, le “competenze” umane ed educative necessarie per aprirsi all’accoglienza di un’altra persona.

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