Lettera periodica

“Lettera Periodica” è uno strumento informativo distribuito via posta ai soci per la comunicazione della vita dell’Associazione.

Proponiamo a tutti gli ultimi editoriali.

“Fatti di misericordia: nella certezza,  apertura, creatività, sistematicità” – Lettera Periodica n. 101 – Febbraio 2017

Una sera a cena c’è una giovane coppia che da alcuni mesi ha accolto un bambino con handicap. Quello che nella cultura odierna, come dice il Papa, sarebbe uno “ scarto”, viene abbracciato e preso nella propria casa come un figlio. Che commozione leggere negli occhi di questi due genitori il riconoscimento di un bene immenso, il riflesso di una gratitudine, di una novità nella loro vita che è passata da questo bambino. Un bene per cui dare la vita e con cui coinvolgersi nei gesti di ogni giorno e per sempre. Che commozione il racconto dei suoi passi, del suo tornare a sorridere, a dire “mamma” e “papà”, in un abbraccio che riempie la sua vita.

Siamo immersi in una storia in cui accade che quello che sembra una sconfitta, una ferita, diventa strada, occasione di un cammino, di un perdono. Una storia in cui la diversità si arricchisce di uno sguardo e di un’esperienza nuovi.

Raccontava un’amica adottata, ora mamma affidataria: “Sono grata per le volte in cui sono stata abbracciata, perdonata, amata. Ho avuto il dono di tanti amici per riconciliarmi con la mia origine: oggi la mia non è più una terra devastata, ma una terra amata. Così mi ritrovo ad avere uno sguardo commosso verso la mamma di questa bambina in affido; credo che Dio abbia scelto me, con la mia ferita, per condividere la sua”.

Fatti di misericordia, avvenimenti, storie, gesti, sguardi di cui ci troviamo, senza merito, spettatori e, a volte, protagonisti. Fatti di misericordia in cui la persona ha valore in sé, prima di qualunque limite ed errore, e val la pena di camminare insieme, superare la differenza, fare il sacrificio di ascoltarsi.

“Fatti di misericordia: nella certezza, apertura, creatività, sistematicità”. Ecco il tema che vorremmo ci accompagnasse nei prossimi mesi.

Innanzitutto “fatti di misericordia”, che significa anche generati nella misericordia, perché siamo ben consapevoli che senza di essa noi riduciamo anche l’esperienza più bella, ci perdiamo nel limite nostro e dell’ altro, ci affanniamo nella pretesa di riuscire.

Fatti di misericordia è anche accorgersi di un’amicizia che ti accompagna e ti vuol bene come sei; godere di una familiarità con persone prima sconosciute che ti raccontano la loro storia e la condividono; sentire qualcuno che ti ricorda il valore del gesto che stai vivendo; ascoltare una parola che misteriosamente arriva nel tuo cuore proprio nel momento in cui ne avevi bisogno.

Questa è stata certamente l’esperienza delle oltre 300 persone, responsabili dell’Associazione, che si sono ritrovate per il raduno annuale di due giorni all’inizio di dicembre.

Alcuni hanno scritto: “Siamo tornati più certi della bellezza di quello che viviamo e più desiderosi di viverla in ogni cosa”. Oppure: “Siamo tornati cambiati, e consapevoli che questa esperienza è un bene per il mondo”. E anche: “La cosa che mi ha colpito è come sono stata guardata, e torno in Romania col desiderio di continuare a vivere e condividere questo sguardo”. Possiamo dire che è cresciuta la certezza: che siamo amati, prima di qualunque capacità e limite; che non siamo soli e c’è Chi ci ha voluto e ci accompagna; che vince il bene e per questo possiamo stare nella realtà, nelle circostanze, nei rapporti, cercando il “buono” per noi che esse portano, anche di fronte a quello che sembra un fallimento.

Infatti che cos’è il fallimento nell’accoglienza? Come stanno insieme fallimento e accoglienza?

Come facciamo esperienza di quel verso di Leonard Cohen: “Ogni cosa ha sempre una crepa, ma è da lì che passa la luce”?

Suor Gelsomina Angrisano, superiora della Piccole Suore dell’Assunzione, che hanno come missione specifica sostenere le famiglie povere nelle zone più degradate delle nostre città, e che ci ha aiutato su questo tema, ci ha detto: “Noi non possiamo guarire la ferita dei nostri figli, lo può solo Dio. Noi li possiamo accompagnare. Il nostro dolore è una preghiera, perché dice un amore. C’è un allearsi della imperfezione nostra con la loro”. E ha aggiunto, citando mons. Giussani: “C’è un filo che chiamiamo storia su cui Dio non compie un passo se non per l’eternità”. Così cresce una certezza che sfida qualunque circostanza e ci permette di accettare l’imprevisto sempre con una speranza. Come ha scritto il Papa nell’esortazione Amoris Laetitia: “L’amore convive con l’imperfezione e sa stare in silenzio davanti ai limiti della persona amata… L’ amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano”.

Cerchiamo di camminare insieme con questa consapevolezza, con semplicità, con tutta la nostra autenticità, con l’apertura di chi ha bisogno di re-imparare sempre da chi incontra il valore di quello che sta vivendo, con la creatività di cercare nuove strade perché l’accoglienza e la gratuità crescano tra le persone, con la sistematicità di coltivare e far crescere ogni esperienza delle nostre famiglie.

La gratuità è una sorpresa per un dono ricevuto, immeritato: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Lo ha detto Gesù. Continua ad accadere oggi.

Marco Mazzi

Cento numeri che hanno raccontato: “Tu sei un bene per me” – Lettera Periodica n. 100 – Luglio 2016

E siamo a 100! Cento numeri della Lettera Periodica, la nostra semplice rivista che da oltre 25 anni cerca di comunicare la nostra esperienza, sostenerla, proporla come bene per le persone, le famiglie, la società. È nata come uno strumento agile,perché non potevamo tenere per noi il fascino di quello che l’accoglienza aveva portato nella nostra vita: una “lettera”, appunto, che tra amici veniva scritta e divulgata con il desiderio di approfondire l’ esperienza e farla conoscere a chi incontravamo. Poi sono arrivate le newsletter, il sito, le dispense, i libri. Ma la piccola rivista rimane un’occasione preziosa di comunicare una vita, di impararla, di farla conoscere. Un’occasione preziosa per noi innanzitutto.

Questo numero ci fa pensare ad una storia di tanti anni, di tanti amici, di tante persone accolte. “Il tempo è più importante dello spazio” ha detto Papa Francesco. Il tempo , inesorabilmente breve, in cui si dipanano fatti ed esperienze, di cui siamo in qualche modo figli; il tempo in cui cresciamo e dove ci è dato di scoprire che esiste la risposta all’attesa di felicità che ogni uomo ha. Il tempo quotidiano, semplice e ripetitivo, e il tempo dei fatti che segnano la vita: il matrimonio, la nascita di un figlio, l’accoglienza di una persona, l’adozione, la costituzione dell’associazione nella propria città, una malattia. Fino al “sì” più grande, quello che uno può dire alla fine del suo tempo, mettendo tutto nelle mani di Colui che ci abbraccia per sempre – come ci ha testimoniato qualche settimana fa la nostra amica Rita. In questo numero abbiamo chiesto a varie personalità e amici che ci hanno conosciuto e accompagnato con la loro amicizia, di dirci cosa li ha colpiti della nostra esperienza e che cosa essa porta per il bene di tutti. Non con uno scopo celebrativo, ma per continuare ad imparare quello che abbiamo vissuto, perché nel loro sguardo possiamo continuare a vivere e a domandare quello che il Santo Padre ha detto ai Vescovi messicani: “L’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio. La debolezza onnipotente dell’amore divino, che è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia”. Nel tempo accade di vedere il seme che diventa frutto.

Un esempio tra i tanti. Venticinque anni fa abbiamo accolto 500 ragazzi rumeni e i loro accompagnatori per due mesi in estate (esperienza che si è ripetuta per 3 anni). Poco tempo fa abbiamo incontrato alcuni di loro. “Pur venendo da un chiesa clandestina ricca di martiri – ci hanno detto – non conoscevamo la gratuità, l’accoglienza e la comunione vissuta. Averle sperimentate con voi ci ha conquistati e abbiamo desiderato di continuare a viverle in Romania. Ne è nata una evangelizzazione ‘di ritorno’ e varie famiglie si sono avvicinate alla fede per la testimonianza dei ragazzi che raccontavano quello che avevano visto e alcuni si sono aperti a gesti di accoglienza”. Il seme che nel tempo diventa frutto.

Diceva una amica, accolta come ragazza madre tanti anni fa: “Sono ancora qui commossa di come mi avete voluto bene, partecipe anch’io della fede che ha originato quest’accoglienza, stupita che possiamo essere oggi così uniti, e sapete perché? Perché avete aspettato il tempo della mia libertà”. Il seme che nel tempo diventa frutto. Ma occorre pazienza. Cos’è la pazienza? La posizione di chi vede maturare un seme che non ha piantato lui. Il seme viene piantato nella terra e per un certo tempo rimane nascosto. La pazienza è l’amare il seminatore, il riconoscere il bene che nella vita è dato dal rapporto con chi ha seminato. Solo così accade di vivere che “Tu sei un bene per me” – che è anche il titolo del Meeting di Rimini 2016. Come ha detto Papa Francesco: “L’amore per l’ altro ci fa vibrare davanti a lui con immenso rispetto e con un certo timore di fargli danno o togliere la sua libertà”. Vibrazione, rispetto, timore: davanti agli occhi dell’altro, il più conosciuto o il più estraneo, la realtà ci dice che siamo davanti a un mistero, un bene non misurabile, un dono non meritato. Guardi gli occhi di tua moglie, che hai accanto da 20, 30 anni o più, e nel loro profondo scorgi qualcosa che non conosci: solo un Altro lo conosce. Guardi gli occhi dei tuoi figli e nel calore di quel sorriso di vita non puoi non chiederti: “Tu chi sei? Di chi sei? Che destino avrai?”

“Tu sei un bene con me” apre la strada dell’amicizia, perché solo in un rapporto mi posso ritrovare, un rapporto che accoglie tutto di me. Se uno non ha ricevuto un grande dono, le cose prima o poi diventano pretesa. Frate Luc, il medico dei monaci di Tibhirine uccisi in Algeria nel 1996 scriveva nei suoi appunti: “Amare è far esistere l’ altro, forse è ascoltarlo invece di parlare, ricevere da lui invece di voler dare; forse egli aspetta che io abbia bisogno di lui”.

Cento numeri di fatti e parole che hanno raccontato questo: tu sei un bene per me. C’è una frase nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia che descrive acutamente questa esperienza: “Sotto l’impulso dello Spirito il nucleo familiare non solo accoglie la vita generandola nel proprio seno, ma si apre, esce da sé per riversare il proprio bene sugli altri, per prendersene cura e cercare la loro felicità. Questa apertura si esprime particolarmente nell’ospitalità, incoraggiata dalla parola di Dio in modo suggestivo: non dimenticate l’ospitalità, alcuni praticandola, senza saperlo, hanno accolto degli angeli”.  Tu sei un bene per me.

Marco Mazzi

 

La nostra storia, instancabile apertura – Lettera Periodica n. 99, Aprile 2016

Bianca non sapeva che la sua vita di mamma, moglie, professionista sarebbe cambiata, quando quella sera le è arrivata la telefonata di un’amica. Le raccontava di un bambino in ospedale, abbandonato e gravemente malato, che aveva bisogno di una famiglia. Le è venuta la domanda: “Perché io non potrei?”. Aveva pensato di andare a fare volontariato per i piccoli pazienti, ma questa volta si trattava di portarne a casa uno. Subito dopo, lo stupore è stato il sì di suo marito e dei suoi figli. I medici e le assistenti sociali erano convinti che non avrebbero potuto farcela, troppo gravoso il continuo cambio delle sacche per la dialisi, troppo impegnativo il bisogno di continui ricoveri. Invece l’amore e l’accoglienza sono stati più forti, soprattutto è stata un’esperienza di gratitudine e di cambiamento. “Quello che prima contava e conta ancora per le mie amiche, oggi non conta più e siamo felici”. Ora i medici dell’ospedale li chiamano per raccontare ai genitori dei bambini con malattie gravi che è possibile vivere e vivere intensamente. E attorno a loro si è mobilitato un mondo di persone che li ha aiutati, guardati, confortati.

Ci ha detto don Luigi Giussani: “L’uomo di oggi attende, forse inconsapevolmente, l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la loro vita ne è cambiata”. La realtà ci suggerisce le strade di questi incontri, le occasioni in cui porre la testimonianza di quello che ci è accaduto, della novità e del contributo al bene che l’accoglienza porta. Così è stato in occasione della conferenza stampa in Senato in vista del Family Day e della legge sulle unioni civili. Siamo andati, a partire dalla nostra esperienza, a raccontare insieme ad altre Associazioni del Forum delle famiglie, che il figlio non è un diritto, che l’amore non è un sentimento, ma un gesto che afferma il bene dell’altro, che l’accoglienza non è un progetto intriso di buoni propositi, che c’è un sacrificio da vivere, che il bambino – soprattutto se ferito – ha bisogno di un padre e di una madre nella loro differenza e nella loro unità.

Così è stato per la nostra amica invitata a parlare di adozione e unioni civili in una scuola – come testimoniato in queste pagine – per documentare che la cosa più importante è la generazione della persona, e che se non c’è la persona, l’io, torna l’ideologia. Un racconto attraverso i momenti che hanno segnato la sua vita, dalla sterilità all’incontro con il figlio adottato, all’accompagnarlo nella sua vita, per dire come la propria persona sia rinata e lanciare la sfida ai ragazzi perché guardino e verifichino cosa li rende davvero felici.

La nostra storia è segnata da incontri e momenti di coinvolgimento con persone inizialmente estranee che poi diventano familiari, con luoghi e istituzioni abitati da qualcuno che ci interessa conoscere, ascoltare, anche solo per un piccolo pezzo di strada. Così a Casa San Benedetto a Verona la Cresima di una delle ragazze accolte è diventata la festa per tutti i parenti venuti anche da lontano. “Ma cosa hanno visto per ringraziarci così? Perché noi eravamo così contenti?” ci chiedevamo. Per un abbraccio ricevuto, nell’Associazione e nella Chiesa, che ci ha fatto guardare diversamente, in modo nuovo queste persone prima estranee.

Così, a Milano, un gruppo di famiglie ripeterà quest’anno l’esperienza dell’accoglienza di bambini ucraini e cresce l’amicizia con la comunità ortodossa: qualcuno, disperato dopo la crisi che ha segnato quel paese, ora ha ritrovato la speranza. Educati a vivere l’accoglienza ci interessa cogliere il bene che Qualcuno ha seminato per noi in ogni frangente della vita, in ogni persona, senza essere arroccati su un discorso giusto, pure importante, ma con un’apertura di cuore, uno sguardo che abbraccia, una vita da condividere. Davanti all’uomo nel bisogno che incontriamo, percepiamo che non siamo diversi, che il nostro cuore sanguina come il suo, che all’origine della nostra realtà c’è Uno che ha lavato i piedi ai suoi amici, un Dio che dalla croce ci ha partecipato la salvezza e ridato speranza.

Così abbiamo iniziato a collaborare insieme ad AVSI, al Banco Alimentare e alla Caritas per individuare percorsi di accoglienza in famiglia a favore dei profughi. La loro presenza ci sfiderà nei prossimi anni. Occorre guardarli ad uno ad uno, con il carico di dolore e attesa che portano e occorre comprendere che la loro presenza è una formidabile provocazione alla nostra società per gli anni a venire. Anche se il loro numero preoccupa, e giustamente pone grosse domande, crediamo che un solo gesto di condivisione aiuti a trovare una strada di reale integrazione. Ha detto il Papa nella Evangelii Gaudium: “Al di là di qualsiasi apparenza, ciascuno è immensamente sacro e merita il nostro affetto e la nostra dedizione. Perciò, se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita. È bello essere popolo fedele di Dio. E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!”.

Marco Mazzi

Vivendo e testimoniando: la forza di un’esperienza – Lettera Periodica 98, Dicembre 2015

“L’accoglienza è l’abbraccio del diverso e questo vale per tutti i rapporti. L’abbraccio del diverso si chiama perdono, perché per abbracciare un diverso bisogna prima perdonarlo, cioè affermare sotto tutto il cascame ciò che di vero e di giusto, di buono e di bello, di essere c’è nell’altro: l’essere dell’altro”. Sono parole di mons. Luigi Giussani, che tanto ci ha testimoniato e accompagnato nella nostra esperienza e che ci hanno commosso.

Parole vere che ci hanno accompagnato e sono diventate giorno dopo giorno più nostre nei gesti che abbiamo vissuto. Parole che ancora fanno vibrare il cuore. Come qualche giorno fa ascoltando la testimonianza di Enrico. Un lavoro di prestigio, una moglie con cui vivere un’ intesa piena, e poi l’attesa più bella, diventare padre. Nascono due gemelli che da subito sono diversi, segnati da handicap importanti.

Enrico racconta: “Per quattro anni ho vissuto arrabbiato e chiuso, fino a respingerli; poi un giorno ho incrociato lo sguardo di mia moglie su di loro, era diverso dal mio, era grato, era lieto. Ho cominciato a desiderare anch’io quello sguardo; piano piano, soprattutto grazie a lei e a tanti incontri e amici, sono cambiato. È accaduto che con loro c’era qualcosa che rendeva bella la vita”.

Chi non vorrebbe uno sguardo così sulla realtà? Eppure quanta paura e rifiuto nell’immedesimarsi con l’inizio di quella storia! È il paradosso in cui tante volte la realtà ci mette: la differenza, l’imprevisto, la drammaticità che ci spiazza e da cui vorremmo fuggire, da cui ci difendiamo. Poi, quasi stranamente, inaspettatamente, passando per la strada dell’accoglienza e dell’adesione umile e ferma, diventano occasione di una crescita: l’esperienza cambia, noi cambiamo. Perché accada occorre un lavoro, una compagnia, una continua educazione per non ridurre tutto a uno sforzo, a una capacità, a una misura.

Diceva un amico all’ultima assemblea, quasi con un grido dentro: “Quante volte mi chiedo chi me l’ha fatto fare di accogliere, eppure io devo imparare ad abbracciare mio figlio e per impararlo devo stare qui”. E un altro: “Nell’affido mi sono scoperto un poveraccio, a volte così arrabbiato da dire: abbiamo sbagliato! Invece quel bambino ha portato l’evidenza che anch’ io avevo bisogno di essere salvato”.

Diversità, abbraccio, cambiamento. Tre momenti che tutti abbiamo in qualche modo sperimentato. Quante volte, commossi e grati, abbiamo goduto nel vedere una storia che si andava compiendo, un figlio accolto che dopo averci fatto tanto penare trovava la sua strada, magari sposandosi e diventando a sua volta padre (come mi è accaduto di vedere in questi giorni). Un bambino che tornava felicemente nella sua famiglia d’origine. Oppure il nostro cambiamento, un modo nuovo di amare le circostanze in cui siamo a partire dalla mattina del lunedì: un’esperienza di intensità e gusto che entra nelle “solite” giornate, nei “soliti” rapporti.

L’accoglienza della realtà ci sfida, ci educa, ci cambia. Perché questo accada ci vuole una persona che si lasci attrarre e non lasci cadere la domanda del suo cuore che desidera l’infinito, la verità, il bene. Ci raccontava un amico: “Dopo un affido durato anni il bambino è andato in adozione e mia moglie ha sussurrato: ora ci è chiesto solo il nostro sì. Così sul lavoro ho cominciato ad offrire il mio aiuto e la mia attenzione proprio al collega più antipatico , emarginato da tutti e mi sono stupito di me stesso: ma dove ho imparato un commozione così per chi mi sta accanto?”.

L’esperienza ci rende più consapevoli, più grati, più liberi. L’esperienza, cioè vivere riconoscendo il valore, giudicando quello che corrisponde alle nostre attese, al nostro desiderio profondo, al nostro cuore. “Per anni sono scappata da chi mi amava – raccontava una giovane ragazza madre spagnola –, ero giovane, incinta, confusa, ma quell’abbraccio non lo sopportavo, non lo meritavo, mi spiazzava. Poi per grazia ho ceduto, sono andata a cercare chi me lo aveva offerto e ora sono qui, nella casa della Masia, ad aiutare altre che vivono quello che io ho vissuto”.

Fatti, non ragionamenti o analisi. Persone in gioco, non eroi. La cosa più grande e preziosa che portiamo nel mondo è questo cambiamento di noi, passato attraverso la vertigine e la fatica delle circostanze, anche diverse e dolorose; passato attraverso la nostra adesione, il nostro sì, la nostra tenace affermazione del bene, della positività della realtà, del mistero infinito che è in ogni uomo; passato attraverso il perdono della diversità.
Il primo giorno del nostro seminario nazionale annuale è coinciso con gli attentati di Parigi. Un’esplosione di violenza, di divisione, di disumanità. La punta di un iceberg che ha coinvolto persone cresciute tra noi in una logica di morte con la scusa della religione. Ma alla base dell’iceberg c’è una dissoluzione dell’umano che tutti respiriamo, una solitudine, una relativizzazione, un vuoto, in cui tutti siamo immersi e a volte complici.

Come si fa a vivere? Dov’è la luce? Dove la speranza? “Se vedi il buio, non denunciare il buio, accendi un lume” scriveva un saggio antico. Ci ha testimoniato Enrico, l’amico con due figli con handicap: “Proprio il buio che vivevo mi ha spinto a riconoscere anche i più piccoli segni di luce, perché più uno ha una domanda aperta e più è attento ad incrociare una risposta”.

Di fronte a una realtà così difficile e dolorosa che ci sfida, quello che portiamo, quello che viviamo, sembra poca cosa. Ma l’esperienza che ha cambiato il nostro cuore, il nostro vivere quotidiano, il nostro giudizio su ciò che vale; l’esperienza che ci ha fatto abbracciare, amare, accompagnare tante persone nel bisogno; l’esperienza che ci ha messi in moto in una amicizia operosa, questa esperienza è lì viva in noi e tra noi, e in molti altri e non la si può cancellare.

Ha detto il Papa a Firenze alla Chiesa Italiana: “Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.

Quale allora il nostro compito di Famiglie per l’Accoglienza? Guardare la profondità di questo per, che contiene il desiderio di costruire, di incontrare, di servire la positività che Chi ci ha creato ha posto in ogni circostanza, in ogni incontro, in ogni persona. “Vivendo e testimoniando”. Passa da questi due verbi il contributo che possiamo portare per il bene di tutti, a partire da chi accogliamo: la forza di un’esperienza, che non si può solo analizzare e interpretare, misurare e utilizzare, ma soprattutto va guardata, ascoltata, amata, sostenuta, compresa nelle sue ragioni ultime.

Vivendo e testimoniando: la forza di un’esperienza.

Marco Mazzi

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