Lettera periodica

“Lettera Periodica” è uno strumento informativo distribuito via posta ai soci per la comunicazione della vita dell’Associazione.

Proponiamo a tutti gli ultimi editoriali.

 

“Povertà e condivisione: la strada dell’accoglienza” Lettera Periodica n. 103  – novembre 2017

Qualche giorno fa la nostra amica Paola se n’è andata tra le braccia buone e potenti di quel Padre cui aveva tante volte detto sì – soprattutto in questi ultimi tempi, quando le ha chiesto di riconsegnare tutto, la propria vita, i propri cari, e il dono misterioso di quel bambino che aveva preso prima in affido e poi in adozione. Allora il bimbo aveva pochi mesi. Nella terapia intensiva di un ospedale, solo, con grossi problemi fisici, disabile, senza prospettive – uno “scarto” come direbbe il Papa –, aspettava qualcuno che lo abbracciasse come un bene. Paola con la sua famiglia è arrivata. Oggi lui è qui per le stanze di casa che chiede se la mamma in cielo si sarà ricordata di portare il cellulare.

Qualche anno fa, in una testimonianza Paola diceva: «Tutta la vicenda non è partita da me, ma da Qualcuno che mi ha cercato. Il fatto che non sia stata io a mettere in moto questa accoglienza mi ha sempre permesso di vivere questa avventura come la volontà di Dio sulla mia vita e di sentire tranquillità nel sopportare tutte le fatiche: e questo vale anche per oggi».

Forse niente come la morte ci mostra un fattore della vita di cui abbiamo profondamente bisogno di prendere sempre più consapevolezza: la nostra povertà. La povertà come scoperta del proprio bisogno profondo, di non poter consistere in se stessi. L’opposto della ricchezza come attaccamento a sé, alla propria misura, alla propria immagine. Quante volte nell’esperienza ci siamo accorti che non possiamo vivere ed educare con la forza, ma con la debolezza, perché in essa è possibile riscoprire qualcosa di nuovo. Invece, se tutto va come io voglio, non posso che ripetere me stesso.

Ci ha detto recentemente mons. Massimo Camisasca vescovo di Reggio Emilia – Guastalla, caro e grande amico, «la povertà è la condizione di una costruzione comune, perché l’esperienza della mia fallibilità e impotenza mi fa cercare gli altri, mi fa accogliere. E per accogliere occorre svuotarsi, lasciar posto al tu invece che all’io, entrare nel dinamismo con cui Dio ci ha fatti, perché non ci siamo fatti da noi stessi». L’accoglienza che viviamo è segnata, purificata, continuamente investita da questa povertà. Chi sei tu che sei entrato nella mia vita, che trovo accanto al mattino, che abiti nella mia casa, che a volte mi lasci di sasso con le tue domande? Tu che porti un dolore a entrambi misterioso? Tu che mi chiedi di toglierlo, di sanarlo e così riempi il mio cuore di un altro dolore, quello dell’impotenza, del mio limite, della inutilità della mia misura e delle mie capacità?

Quanti tentativi, ferite, insuccessi, errori, rinunce, preoccupazioni sfidano la nostra accoglienza e ci rendono poveri – e pieni di un’attesa più grande. Don Giussani, rivoluzionando ogni prospettiva, ha parlato di “amore al dolore”, come uno dei fattori fondanti nell’accoglienza, «non da masochisti, ma per l’accorgersi di non poter colmare l’abisso della diversità. La gratuità, nella pratica, nasce da questo dolore. Esso ci purifica, al fondo, dal progetto che è pur naturale avere, dall’esigenza di corrispondenza affettiva che è naturale avere, dall’esigenza di sentirci utili che è naturale avere, dall’esigenza di manipolare qualcosa che è naturale avere». Ci ha ricordato che è una povertà, l’accoglienza, non ha niente da salvare prima, cioè non fa nessun calcolo. È una totalità di disponibilità davanti a una totalità di presenza. Allora anche il dolore può essere vissuto, può essere parte della vita, condiviso. E anche una strada sbagliata può essere una storia di salvezza, come ci diceva il cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano don Claudio Burgio, raccontando di uno dei suoi ragazzi, omicida, cambiato dal perdono della madre di chi aveva ucciso, che gli ha detto: «Coraggio, non buttarti via, ho già perso un figlio non ne voglio perdere un altro».

Come è possibile vivere e continuare a fare esperienza di questa povertà? Come lasciare che essa segni la nostra accoglienza? Occorre un luogo in cui continuamente fare esperienza di una novità, un luogo pieno di una diversità umana in cui vedere una ricchezza che non viene dalle nostre capacità. A casa di Paola era evidente un’attenzione reciproca. Una cosa che colpiva. Commosso l’ho fatto notare a una delle figlie che mi ha detto: «Questa unità ha un nome, il nome di questo bambino che la mamma per prima ha accolto». È bello pensare che c’è posto per tutti, per qualunque momento della vita, che lo si può condividere e che la famiglia è uno di questi luoghi preziosi dove, come dice il Papa, «innanzi all’altro ciascuno scopre i suoi pregi e difetti, scopre il suo volto, la sua identità. La famiglia come prima comunità rimane il più fondamentale luogo di tale scoperta».

«Chi è dunque il povero? Chi non ha nulla da difendere se non la propria sete, la propria attesa, la propria natura originale, ed è tutto proteso a riconoscere e accogliere Chi può rispondervi (…). Il fondamento della nostra povertà sta nella certezza che Dio compie quello che ci fa desiderare». Per questo abbiamo cominciato l’anno con un pellegrinaggio in tutte le nostre sedi. Solo da questo essere sempre più investiti da Cristo può nascere la povertà come modo nuovo di trattare tutte le cose, cioè usarle per il loro destino, secondo la loro verità, così nasce – come abbiamo scritto nella tessera associativa di quest’anno – la disponibilità a tendere la corda del proprio arco ad affermare non sé, ma un altro. La modalità con cui ci facciamo compagnia è condividere, testimoniare la modalità in cui viviamo. La nostra amicizia è il luogo in cui siamo continuamente messi davanti a una novità che accade. Da lì nasce anche tutta la nostra opera e quello che portiamo nel mondo perché, come ci ha detto don Juliàn Carròn che guida il movimento di Comunione e Liberazione, «voi documentate chi è Cristo che vi sorprende a fare cose che non avreste mai immaginato».

Marco Mazzi

“Chi è al centro dell’accoglienza” – Lettera Periodica n. 102 – Luglio 2017

Nel libro “Il miracolo dell’ospitalità”, che contiene i dialoghi di mons. Giussani con le famiglie dell’Associazione, presentato in questi mesi in diverse città, è scritto: “L’accoglienza e la condivisione sono l’unica modalità di un rapporto umanamente degno, perché solo in esse la persona è esattamente persona, vale a dire rapporto con l’Infinito (…). L’ itinerario attraverso cui la condivisione avviene può essere qualsiasi, ma il punto d’arrivo obbligato è la persona”.

Al centro, quindi, è la persona. Al centro di uno sguardo commosso e grato, valorizzatore, perché riverbero fragile ma vero del Creatore. Al centro di un abbraccio che sostiene e corregge, di una quotidianità che non si abitua e non cede all’apparenza, di una prossimità e di un amore che darebbe la vita.

Al centro anche noi, che partecipiamo a questa avventura e partecipandovi la riceviamo: ne siamo noi stessi oggetto, nel tempo, nelle circostanze, in un’amicizia e in un lavoro. La persona nostra e la persona di chi accogliamo superano le distanze, l’estraneità, camminano insieme e cambiano. Dicevano due amici che hanno accolto in affido preadottivo un bambino con handicap: “A un certo punto ci siamo trovati scelti da lui, scelti dentro una vocazione, scelti perché l’attrattiva è stata più grande della dedizione e uno, guardando indietro, vede il dipanarsi di una strada. Anche nei momenti più bui e faticosi ci ha sostenuto quello che dice il Vangelo, ‘Voi vi rattristerete, ma la vostra tristezza si muterà in gioia’. Che gioia oggi vedere che un’altra misura è entrata nella nostra famiglia, vedere il bene che questo bimbo ci vuole e che vuole alla realtà. Non è più il tempo del calcolo di quello che ti puoi aspettare; ci troviamo aperti e trascinati dalla sua curiosità in ogni cosa che fa”.

In questo tempo quanti esempi di un cambiamento e novità che toccano il nostro cuore, le nostre famiglie, l’ambiente intorno a noi. Il cammino è stato segnato da tre parole che ci siamo dati all’inizio dell’anno e che poi sono diventate esperienza: apertura, creatività, sistematicità.

Quante volte ci siamo accorti con stupore che il racconto dell’accoglienza, la semplice narrazione di quello che è accaduto nelle nostre case, costruisce ponti, supera l’estraneità, fa vibrare insieme delle corde profonde del cuore nostro e di quello di chi ci ascolta. Un amico a cena con il responsabile dei farmaci della ASL gli dice:“Il ragazzo che abbiamo accolto per i problemi fisici che ha è uno dei più costosi che avete”. Da qui parte una curiosità, che poi diventa commossa stima e gratitudine. Oppure la gente di un paesino dove una nostra famiglia si è appena trasferita, vedendo come vengono accolti i loro figli, anche extracomunitari, in un’amicizia tra bambini che si allarga ai grandi, dice: “Da quando ci siete voi in questo paese si vive meglio”. E i nostri amici hanno aggiunto: “Stiamo sperimentando quello che ci ha detto Papa Francesco, di andare verso le periferie: noi ci siamo e le facciamo entrare in casa nostra”.

L’ accoglienza porta il marchio di quello che l’origina, tocca il cuore di chiunque, perché l’uomo è fatto per il bene e lo riconosce, suggerisce un cambiamento, a patto che la viviamo con l’umiltà, l’affidamento, la mendicanza, l’obbedienza cui siamo continuamente educati. L’ apertura nasce dal desiderio di comunicare e di incontrare e di lasciarsi arricchire dall’altro che incontro. L’ apertura espone agli altri, ma permette di ritrovare l’originalità e la grandezza che ciascuno porta. Occorre un’attesa di bene da giocare in ogni incontro.

La creatività in questo anno si è intrecciata con il lavoro sugli adolescenti accolti. Ci è stato detto che nell’accoglienza quello che sembra un fallimento è una sfida per cambiare la nostra immagine, per un incontro più profondo. Ci è stato suggerito – e lo abbiamo ripreso tante volte nei gruppi affido e adozione – che occorre allearsi con la loro fragilità, che la nostra fragilità possa allearsi con la loro. Occorre creatività perché il nostro sguardo passi dallo spiraglio che i ragazzi lasciano aperto, per godere del cammino senza essere definiti dal raggiungimento della meta, per cogliere e stimare i piccoli passi, fino al giorno in cui, magari inaspettatamente si accorgono della compagnia alla loro vita che noi siamo. Occorre creatività perché, come dice il Papa, “ci sia un padre che li aspetta quando tornano dai loro fallimenti”.

Sistematicità è una parola che sembra riferirsi più ad un’organizzazione che a un’esperienza di amicizia tra famiglie. Ma non è così. Occorre sistematicità perché l’intuizione e la commozione iniziali diventino una storia per noi, per gli amici, per il mondo. Solo così sono nati luoghi di accompagnamento e di giudizio che hanno permesso tante volte di camminare nel gesto dell’accoglienza – luoghi come i direttivi o i gruppi o le reti. La fedeltà, l’ascolto della realtà, la condivisione libera, dove la storia di uno suggerisce risposte e passi all’altro, sono tutti elementi legati a una sistematicità. E ci siamo accorti che c’è una prima sistematicità che è la fedeltà di un rapporto tra noi, il non lasciar cadere le domande, le attese, la prossimità che cerca di immedesimarsi.

Apertura, creatività, sistematicità: parole che ci hanno accompagnato questo anno e che ci permettono di comprendere meglio “Il miracolo dell’ ospitalità”, di verificarlo nelle nostre giornate, di farlo diventare più nostro. Proprio come dice il titolo del Meeting di questo anno “Quello che tu erediti dai tuoi  padri, riguadagnatelo, per possederlo”. Così anche per noi, in gioco.

Marco Mazzi

“Fatti di misericordia: nella certezza,  apertura, creatività, sistematicità” – Lettera Periodica n. 101 – Febbraio 2017

Una sera a cena c’è una giovane coppia che da alcuni mesi ha accolto un bambino con handicap. Quello che nella cultura odierna, come dice il Papa, sarebbe uno “ scarto”, viene abbracciato e preso nella propria casa come un figlio. Che commozione leggere negli occhi di questi due genitori il riconoscimento di un bene immenso, il riflesso di una gratitudine, di una novità nella loro vita che è passata da questo bambino. Un bene per cui dare la vita e con cui coinvolgersi nei gesti di ogni giorno e per sempre. Che commozione il racconto dei suoi passi, del suo tornare a sorridere, a dire “mamma” e “papà”, in un abbraccio che riempie la sua vita.

Siamo immersi in una storia in cui accade che quello che sembra una sconfitta, una ferita, diventa strada, occasione di un cammino, di un perdono. Una storia in cui la diversità si arricchisce di uno sguardo e di un’esperienza nuovi.

Raccontava un’amica adottata, ora mamma affidataria: “Sono grata per le volte in cui sono stata abbracciata, perdonata, amata. Ho avuto il dono di tanti amici per riconciliarmi con la mia origine: oggi la mia non è più una terra devastata, ma una terra amata. Così mi ritrovo ad avere uno sguardo commosso verso la mamma di questa bambina in affido; credo che Dio abbia scelto me, con la mia ferita, per condividere la sua”.

Fatti di misericordia, avvenimenti, storie, gesti, sguardi di cui ci troviamo, senza merito, spettatori e, a volte, protagonisti. Fatti di misericordia in cui la persona ha valore in sé, prima di qualunque limite ed errore, e val la pena di camminare insieme, superare la differenza, fare il sacrificio di ascoltarsi.

“Fatti di misericordia: nella certezza, apertura, creatività, sistematicità”. Ecco il tema che vorremmo ci accompagnasse nei prossimi mesi.

Innanzitutto “fatti di misericordia”, che significa anche generati nella misericordia, perché siamo ben consapevoli che senza di essa noi riduciamo anche l’esperienza più bella, ci perdiamo nel limite nostro e dell’ altro, ci affanniamo nella pretesa di riuscire.

Fatti di misericordia è anche accorgersi di un’amicizia che ti accompagna e ti vuol bene come sei; godere di una familiarità con persone prima sconosciute che ti raccontano la loro storia e la condividono; sentire qualcuno che ti ricorda il valore del gesto che stai vivendo; ascoltare una parola che misteriosamente arriva nel tuo cuore proprio nel momento in cui ne avevi bisogno.

Questa è stata certamente l’esperienza delle oltre 300 persone, responsabili dell’Associazione, che si sono ritrovate per il raduno annuale di due giorni all’inizio di dicembre.

Alcuni hanno scritto: “Siamo tornati più certi della bellezza di quello che viviamo e più desiderosi di viverla in ogni cosa”. Oppure: “Siamo tornati cambiati, e consapevoli che questa esperienza è un bene per il mondo”. E anche: “La cosa che mi ha colpito è come sono stata guardata, e torno in Romania col desiderio di continuare a vivere e condividere questo sguardo”. Possiamo dire che è cresciuta la certezza: che siamo amati, prima di qualunque capacità e limite; che non siamo soli e c’è Chi ci ha voluto e ci accompagna; che vince il bene e per questo possiamo stare nella realtà, nelle circostanze, nei rapporti, cercando il “buono” per noi che esse portano, anche di fronte a quello che sembra un fallimento.

Infatti che cos’è il fallimento nell’accoglienza? Come stanno insieme fallimento e accoglienza?

Come facciamo esperienza di quel verso di Leonard Cohen: “Ogni cosa ha sempre una crepa, ma è da lì che passa la luce”?

Suor Gelsomina Angrisano, superiora della Piccole Suore dell’Assunzione, che hanno come missione specifica sostenere le famiglie povere nelle zone più degradate delle nostre città, e che ci ha aiutato su questo tema, ci ha detto: “Noi non possiamo guarire la ferita dei nostri figli, lo può solo Dio. Noi li possiamo accompagnare. Il nostro dolore è una preghiera, perché dice un amore. C’è un allearsi della imperfezione nostra con la loro”. E ha aggiunto, citando mons. Giussani: “C’è un filo che chiamiamo storia su cui Dio non compie un passo se non per l’eternità”. Così cresce una certezza che sfida qualunque circostanza e ci permette di accettare l’imprevisto sempre con una speranza. Come ha scritto il Papa nell’esortazione Amoris Laetitia: “L’amore convive con l’imperfezione e sa stare in silenzio davanti ai limiti della persona amata… L’ amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano”.

Cerchiamo di camminare insieme con questa consapevolezza, con semplicità, con tutta la nostra autenticità, con l’apertura di chi ha bisogno di re-imparare sempre da chi incontra il valore di quello che sta vivendo, con la creatività di cercare nuove strade perché l’accoglienza e la gratuità crescano tra le persone, con la sistematicità di coltivare e far crescere ogni esperienza delle nostre famiglie.

La gratuità è una sorpresa per un dono ricevuto, immeritato: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Lo ha detto Gesù. Continua ad accadere oggi.

Marco Mazzi

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