Lettera periodica

“Lettera Periodica” è uno strumento informativo distribuito via posta ai soci per la comunicazione della vita dell’Associazione.

Proponiamo a tutti gli ultimi editoriali.

“Chi è al centro dell’accoglienza” – Lettera Periodica n. 102 – Luglio 2017

Nel libro “Il miracolo dell’ospitalità”, che contiene i dialoghi di mons. Giussani con le famiglie dell’Associazione, presentato in questi mesi in diverse città, è scritto: “L’accoglienza e la condivisione sono l’unica modalità di un rapporto umanamente degno, perché solo in esse la persona è esattamente persona, vale a dire rapporto con l’Infinito (…). L’ itinerario attraverso cui la condivisione avviene può essere qualsiasi, ma il punto d’arrivo obbligato è la persona”.

Al centro, quindi, è la persona. Al centro di uno sguardo commosso e grato, valorizzatore, perché riverbero fragile ma vero del Creatore. Al centro di un abbraccio che sostiene e corregge, di una quotidianità che non si abitua e non cede all’apparenza, di una prossimità e di un amore che darebbe la vita.

Al centro anche noi, che partecipiamo a questa avventura e partecipandovi la riceviamo: ne siamo noi stessi oggetto, nel tempo, nelle circostanze, in un’amicizia e in un lavoro. La persona nostra e la persona di chi accogliamo superano le distanze, l’estraneità, camminano insieme e cambiano. Dicevano due amici che hanno accolto in affido preadottivo un bambino con handicap: “A un certo punto ci siamo trovati scelti da lui, scelti dentro una vocazione, scelti perché l’attrattiva è stata più grande della dedizione e uno, guardando indietro, vede il dipanarsi di una strada. Anche nei momenti più bui e faticosi ci ha sostenuto quello che dice il Vangelo, ‘Voi vi rattristerete, ma la vostra tristezza si muterà in gioia’. Che gioia oggi vedere che un’altra misura è entrata nella nostra famiglia, vedere il bene che questo bimbo ci vuole e che vuole alla realtà. Non è più il tempo del calcolo di quello che ti puoi aspettare; ci troviamo aperti e trascinati dalla sua curiosità in ogni cosa che fa”.

In questo tempo quanti esempi di un cambiamento e novità che toccano il nostro cuore, le nostre famiglie, l’ambiente intorno a noi. Il cammino è stato segnato da tre parole che ci siamo dati all’inizio dell’anno e che poi sono diventate esperienza: apertura, creatività, sistematicità.

Quante volte ci siamo accorti con stupore che il racconto dell’accoglienza, la semplice narrazione di quello che è accaduto nelle nostre case, costruisce ponti, supera l’estraneità, fa vibrare insieme delle corde profonde del cuore nostro e di quello di chi ci ascolta. Un amico a cena con il responsabile dei farmaci della ASL gli dice:“Il ragazzo che abbiamo accolto per i problemi fisici che ha è uno dei più costosi che avete”. Da qui parte una curiosità, che poi diventa commossa stima e gratitudine. Oppure la gente di un paesino dove una nostra famiglia si è appena trasferita, vedendo come vengono accolti i loro figli, anche extracomunitari, in un’amicizia tra bambini che si allarga ai grandi, dice: “Da quando ci siete voi in questo paese si vive meglio”. E i nostri amici hanno aggiunto: “Stiamo sperimentando quello che ci ha detto Papa Francesco, di andare verso le periferie: noi ci siamo e le facciamo entrare in casa nostra”.

L’ accoglienza porta il marchio di quello che l’origina, tocca il cuore di chiunque, perché l’uomo è fatto per il bene e lo riconosce, suggerisce un cambiamento, a patto che la viviamo con l’umiltà, l’affidamento, la mendicanza, l’obbedienza cui siamo continuamente educati. L’ apertura nasce dal desiderio di comunicare e di incontrare e di lasciarsi arricchire dall’altro che incontro. L’ apertura espone agli altri, ma permette di ritrovare l’originalità e la grandezza che ciascuno porta. Occorre un’attesa di bene da giocare in ogni incontro.

La creatività in questo anno si è intrecciata con il lavoro sugli adolescenti accolti. Ci è stato detto che nell’accoglienza quello che sembra un fallimento è una sfida per cambiare la nostra immagine, per un incontro più profondo. Ci è stato suggerito – e lo abbiamo ripreso tante volte nei gruppi affido e adozione – che occorre allearsi con la loro fragilità, che la nostra fragilità possa allearsi con la loro. Occorre creatività perché il nostro sguardo passi dallo spiraglio che i ragazzi lasciano aperto, per godere del cammino senza essere definiti dal raggiungimento della meta, per cogliere e stimare i piccoli passi, fino al giorno in cui, magari inaspettatamente si accorgono della compagnia alla loro vita che noi siamo. Occorre creatività perché, come dice il Papa, “ci sia un padre che li aspetta quando tornano dai loro fallimenti”.

Sistematicità è una parola che sembra riferirsi più ad un’organizzazione che a un’esperienza di amicizia tra famiglie. Ma non è così. Occorre sistematicità perché l’intuizione e la commozione iniziali diventino una storia per noi, per gli amici, per il mondo. Solo così sono nati luoghi di accompagnamento e di giudizio che hanno permesso tante volte di camminare nel gesto dell’accoglienza – luoghi come i direttivi o i gruppi o le reti. La fedeltà, l’ascolto della realtà, la condivisione libera, dove la storia di uno suggerisce risposte e passi all’altro, sono tutti elementi legati a una sistematicità. E ci siamo accorti che c’è una prima sistematicità che è la fedeltà di un rapporto tra noi, il non lasciar cadere le domande, le attese, la prossimità che cerca di immedesimarsi.

Apertura, creatività, sistematicità: parole che ci hanno accompagnato questo anno e che ci permettono di comprendere meglio “Il miracolo dell’ ospitalità”, di verificarlo nelle nostre giornate, di farlo diventare più nostro. Proprio come dice il titolo del Meeting di questo anno “Quello che tu erediti dai tuoi  padri, riguadagnatelo, per possederlo”. Così anche per noi, in gioco.

Marco Mazzi

“Fatti di misericordia: nella certezza,  apertura, creatività, sistematicità” – Lettera Periodica n. 101 – Febbraio 2017

Una sera a cena c’è una giovane coppia che da alcuni mesi ha accolto un bambino con handicap. Quello che nella cultura odierna, come dice il Papa, sarebbe uno “ scarto”, viene abbracciato e preso nella propria casa come un figlio. Che commozione leggere negli occhi di questi due genitori il riconoscimento di un bene immenso, il riflesso di una gratitudine, di una novità nella loro vita che è passata da questo bambino. Un bene per cui dare la vita e con cui coinvolgersi nei gesti di ogni giorno e per sempre. Che commozione il racconto dei suoi passi, del suo tornare a sorridere, a dire “mamma” e “papà”, in un abbraccio che riempie la sua vita.

Siamo immersi in una storia in cui accade che quello che sembra una sconfitta, una ferita, diventa strada, occasione di un cammino, di un perdono. Una storia in cui la diversità si arricchisce di uno sguardo e di un’esperienza nuovi.

Raccontava un’amica adottata, ora mamma affidataria: “Sono grata per le volte in cui sono stata abbracciata, perdonata, amata. Ho avuto il dono di tanti amici per riconciliarmi con la mia origine: oggi la mia non è più una terra devastata, ma una terra amata. Così mi ritrovo ad avere uno sguardo commosso verso la mamma di questa bambina in affido; credo che Dio abbia scelto me, con la mia ferita, per condividere la sua”.

Fatti di misericordia, avvenimenti, storie, gesti, sguardi di cui ci troviamo, senza merito, spettatori e, a volte, protagonisti. Fatti di misericordia in cui la persona ha valore in sé, prima di qualunque limite ed errore, e val la pena di camminare insieme, superare la differenza, fare il sacrificio di ascoltarsi.

“Fatti di misericordia: nella certezza, apertura, creatività, sistematicità”. Ecco il tema che vorremmo ci accompagnasse nei prossimi mesi.

Innanzitutto “fatti di misericordia”, che significa anche generati nella misericordia, perché siamo ben consapevoli che senza di essa noi riduciamo anche l’esperienza più bella, ci perdiamo nel limite nostro e dell’ altro, ci affanniamo nella pretesa di riuscire.

Fatti di misericordia è anche accorgersi di un’amicizia che ti accompagna e ti vuol bene come sei; godere di una familiarità con persone prima sconosciute che ti raccontano la loro storia e la condividono; sentire qualcuno che ti ricorda il valore del gesto che stai vivendo; ascoltare una parola che misteriosamente arriva nel tuo cuore proprio nel momento in cui ne avevi bisogno.

Questa è stata certamente l’esperienza delle oltre 300 persone, responsabili dell’Associazione, che si sono ritrovate per il raduno annuale di due giorni all’inizio di dicembre.

Alcuni hanno scritto: “Siamo tornati più certi della bellezza di quello che viviamo e più desiderosi di viverla in ogni cosa”. Oppure: “Siamo tornati cambiati, e consapevoli che questa esperienza è un bene per il mondo”. E anche: “La cosa che mi ha colpito è come sono stata guardata, e torno in Romania col desiderio di continuare a vivere e condividere questo sguardo”. Possiamo dire che è cresciuta la certezza: che siamo amati, prima di qualunque capacità e limite; che non siamo soli e c’è Chi ci ha voluto e ci accompagna; che vince il bene e per questo possiamo stare nella realtà, nelle circostanze, nei rapporti, cercando il “buono” per noi che esse portano, anche di fronte a quello che sembra un fallimento.

Infatti che cos’è il fallimento nell’accoglienza? Come stanno insieme fallimento e accoglienza?

Come facciamo esperienza di quel verso di Leonard Cohen: “Ogni cosa ha sempre una crepa, ma è da lì che passa la luce”?

Suor Gelsomina Angrisano, superiora della Piccole Suore dell’Assunzione, che hanno come missione specifica sostenere le famiglie povere nelle zone più degradate delle nostre città, e che ci ha aiutato su questo tema, ci ha detto: “Noi non possiamo guarire la ferita dei nostri figli, lo può solo Dio. Noi li possiamo accompagnare. Il nostro dolore è una preghiera, perché dice un amore. C’è un allearsi della imperfezione nostra con la loro”. E ha aggiunto, citando mons. Giussani: “C’è un filo che chiamiamo storia su cui Dio non compie un passo se non per l’eternità”. Così cresce una certezza che sfida qualunque circostanza e ci permette di accettare l’imprevisto sempre con una speranza. Come ha scritto il Papa nell’esortazione Amoris Laetitia: “L’amore convive con l’imperfezione e sa stare in silenzio davanti ai limiti della persona amata… L’ amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano”.

Cerchiamo di camminare insieme con questa consapevolezza, con semplicità, con tutta la nostra autenticità, con l’apertura di chi ha bisogno di re-imparare sempre da chi incontra il valore di quello che sta vivendo, con la creatività di cercare nuove strade perché l’accoglienza e la gratuità crescano tra le persone, con la sistematicità di coltivare e far crescere ogni esperienza delle nostre famiglie.

La gratuità è una sorpresa per un dono ricevuto, immeritato: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Lo ha detto Gesù. Continua ad accadere oggi.

Marco Mazzi

Cento numeri che hanno raccontato: “Tu sei un bene per me” – Lettera Periodica n. 100 – Luglio 2016

E siamo a 100! Cento numeri della Lettera Periodica, la nostra semplice rivista che da oltre 25 anni cerca di comunicare la nostra esperienza, sostenerla, proporla come bene per le persone, le famiglie, la società. È nata come uno strumento agile,perché non potevamo tenere per noi il fascino di quello che l’accoglienza aveva portato nella nostra vita: una “lettera”, appunto, che tra amici veniva scritta e divulgata con il desiderio di approfondire l’ esperienza e farla conoscere a chi incontravamo. Poi sono arrivate le newsletter, il sito, le dispense, i libri. Ma la piccola rivista rimane un’occasione preziosa di comunicare una vita, di impararla, di farla conoscere. Un’occasione preziosa per noi innanzitutto.

Questo numero ci fa pensare ad una storia di tanti anni, di tanti amici, di tante persone accolte. “Il tempo è più importante dello spazio” ha detto Papa Francesco. Il tempo , inesorabilmente breve, in cui si dipanano fatti ed esperienze, di cui siamo in qualche modo figli; il tempo in cui cresciamo e dove ci è dato di scoprire che esiste la risposta all’attesa di felicità che ogni uomo ha. Il tempo quotidiano, semplice e ripetitivo, e il tempo dei fatti che segnano la vita: il matrimonio, la nascita di un figlio, l’accoglienza di una persona, l’adozione, la costituzione dell’associazione nella propria città, una malattia. Fino al “sì” più grande, quello che uno può dire alla fine del suo tempo, mettendo tutto nelle mani di Colui che ci abbraccia per sempre – come ci ha testimoniato qualche settimana fa la nostra amica Rita. In questo numero abbiamo chiesto a varie personalità e amici che ci hanno conosciuto e accompagnato con la loro amicizia, di dirci cosa li ha colpiti della nostra esperienza e che cosa essa porta per il bene di tutti. Non con uno scopo celebrativo, ma per continuare ad imparare quello che abbiamo vissuto, perché nel loro sguardo possiamo continuare a vivere e a domandare quello che il Santo Padre ha detto ai Vescovi messicani: “L’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio. La debolezza onnipotente dell’amore divino, che è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia”. Nel tempo accade di vedere il seme che diventa frutto.

Un esempio tra i tanti. Venticinque anni fa abbiamo accolto 500 ragazzi rumeni e i loro accompagnatori per due mesi in estate (esperienza che si è ripetuta per 3 anni). Poco tempo fa abbiamo incontrato alcuni di loro. “Pur venendo da un chiesa clandestina ricca di martiri – ci hanno detto – non conoscevamo la gratuità, l’accoglienza e la comunione vissuta. Averle sperimentate con voi ci ha conquistati e abbiamo desiderato di continuare a viverle in Romania. Ne è nata una evangelizzazione ‘di ritorno’ e varie famiglie si sono avvicinate alla fede per la testimonianza dei ragazzi che raccontavano quello che avevano visto e alcuni si sono aperti a gesti di accoglienza”. Il seme che nel tempo diventa frutto.

Diceva una amica, accolta come ragazza madre tanti anni fa: “Sono ancora qui commossa di come mi avete voluto bene, partecipe anch’io della fede che ha originato quest’accoglienza, stupita che possiamo essere oggi così uniti, e sapete perché? Perché avete aspettato il tempo della mia libertà”. Il seme che nel tempo diventa frutto. Ma occorre pazienza. Cos’è la pazienza? La posizione di chi vede maturare un seme che non ha piantato lui. Il seme viene piantato nella terra e per un certo tempo rimane nascosto. La pazienza è l’amare il seminatore, il riconoscere il bene che nella vita è dato dal rapporto con chi ha seminato. Solo così accade di vivere che “Tu sei un bene per me” – che è anche il titolo del Meeting di Rimini 2016. Come ha detto Papa Francesco: “L’amore per l’ altro ci fa vibrare davanti a lui con immenso rispetto e con un certo timore di fargli danno o togliere la sua libertà”. Vibrazione, rispetto, timore: davanti agli occhi dell’altro, il più conosciuto o il più estraneo, la realtà ci dice che siamo davanti a un mistero, un bene non misurabile, un dono non meritato. Guardi gli occhi di tua moglie, che hai accanto da 20, 30 anni o più, e nel loro profondo scorgi qualcosa che non conosci: solo un Altro lo conosce. Guardi gli occhi dei tuoi figli e nel calore di quel sorriso di vita non puoi non chiederti: “Tu chi sei? Di chi sei? Che destino avrai?”

“Tu sei un bene con me” apre la strada dell’amicizia, perché solo in un rapporto mi posso ritrovare, un rapporto che accoglie tutto di me. Se uno non ha ricevuto un grande dono, le cose prima o poi diventano pretesa. Frate Luc, il medico dei monaci di Tibhirine uccisi in Algeria nel 1996 scriveva nei suoi appunti: “Amare è far esistere l’ altro, forse è ascoltarlo invece di parlare, ricevere da lui invece di voler dare; forse egli aspetta che io abbia bisogno di lui”.

Cento numeri di fatti e parole che hanno raccontato questo: tu sei un bene per me. C’è una frase nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia che descrive acutamente questa esperienza: “Sotto l’impulso dello Spirito il nucleo familiare non solo accoglie la vita generandola nel proprio seno, ma si apre, esce da sé per riversare il proprio bene sugli altri, per prendersene cura e cercare la loro felicità. Questa apertura si esprime particolarmente nell’ospitalità, incoraggiata dalla parola di Dio in modo suggestivo: non dimenticate l’ospitalità, alcuni praticandola, senza saperlo, hanno accolto degli angeli”.  Tu sei un bene per me.

Marco Mazzi

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