Il tempo e i tempi della vita. Chi è l'anziano
di Massimo Camisasca
INCONTRO CON DON MASSIMO CAMISASCA
Milano, 1 aprile 2007
appunti integrali non rivisti dall’autore
Quale parola di Dio è l’anziano per noi? Che cosa vuole dire Dio alla nostra vita attraverso la presenza degli anziani? I popoli hanno visto negli anziani l’esperienza della saggezza; anche il popolo d’Israele ha visto negli anziani una possibilità positiva di compagnia alla vita dell’uomo maturo, dell’uomo giovane e del ragazzo. Se prendiamo la Scrittura, soprattutto l’Antico Testamento, vediamo che, in modo particolare nei libri sapienziali, troviamo la descrizione, l’elogio e l’esaltazione della figura dell’anziano che si pone dentro la vita degli uomini come bagaglio di sapienza, di esperienze, come compagnia nel discernimento della vita quotidiana. Anche il mondo greco e il mondo latino hanno percepito nella vita dell’anziano questa possibilità che anche noi non possiamo lasciarci sfuggire. Gli anziani portano nella nostra vita la memoria di tutto ciò che ci costituisce, delle nostre radici, delle esperienze educative, culturali, ma anche delle esperienze storiche, delle canzonette, dei libri, degli avvenimenti che sono il piedestallo su cui poi si è sviluppata la nostra esistenza. Non possiamo nasconderci anche che i Greci, i Romani, la Bibbia stessa hanno visto anche un’altra faccia della realtà dell’anziano: la sua fragilità, la sua malattia, la sua perdita di energie; in fondo, se vogliamo cercare e tentare una definizione di chi sia l’anziano, dobbiamo descrivere un’esperienza di scivolamento, magari anche lentissimo, però irreversibile della persona. Questi due volti coesistono nella realtà dell’anziano.
Nessuna età considerata in sé ha un valore assolutamente positivo o assolutamente negativo: dipende da come noi viviamo quella età, da ciò a cui quella età ci apre. Dobbiamo andare più in profondità considerando l’esperienza dell’anziano in fase regressiva, perché di questo stiamo parlando, non dell’anziano efficiente che ancora fa il manager a 85 anni, fa il Papa, il presidente della repubblica, fa questo, fa questo altro, ma dell’anziano che invece ormai si sta progressivamente ritirando dalla vita, quasi non è più autosufficiente o non lo è più del tutto e quindi costituisce per noi un problema: Dove tenerlo? Come tenerlo?, Che nessi stabilire con lui?, Fin a che punto il dovere nel rapporto che si è stabilito con lui, il dovere della discendenza urge? Tenerlo in casa, tenerlo con noi? E fino a che punto invece il dovere di un’assistenza, di una cura oppure di una impossibilità di fatto, materiale, fisica, di energie impone di collocarlo da un’altra parte vicina o lontana?. Ecco dobbiamo collocare la vita dell’anziano dentro una tipologia più generale di esistenza: non ci sono solo i drammi della vita dell’anziano, ci sono le giovinezze interrotte – oggi gli incidenti automobilistici sono forse la causa maggiore di morte – ci sono i suicidi, ci sono le morti per tumori, c’è tutta una nuova tipologia del venire a mancare che segna l’esistenza dell’età della vita. Certo oggi la vita si è allungata, sono cresciute le cure, ci sono nuove medicine, però possiamo immaginare un significato per questa vita che nell’anziano scivola inesorabilmente verso il declino; possiamo immaginare un significato profondo a questa esistenza analogo a quello del sacrificio che viene chiesto a una vita giovane o a una vita adulta con ancora tante possibilità di esprimersi che sono chiamate a spegnersi.
Vorrei citare due frasi, una dell’Antico e una del Nuovo Testamento, che costituiscono per me un continuo riferimento nella riflessione su quello che è il significato più profondo del sacrificio che è richiesto alla persona anziana, quindi un sacrificio che è chiesto anche a chi sta vicino all’anziano; la vita dell’anziano che prende coscienza del suo progressivo e necessario isolarsi dal mondo è non solo una vita di sacrificio ma è una vita con sacrificio: è un’offerta di sé che Dio chiede alla persona. Noi dobbiamo stare davanti all’anziano con questa consapevolezza. Come a suo Figlio ha chiesto di morire per tutti, da Adamo fino all’ultimo uomo che comparirà sulla terra, così a ciascuno chiede una partecipazione a quel sacrificio. Certamente l’anziano che vive il progressivo isolarsi della sua persona, il progressivo venir meno delle sue capacità intellettive e di relazione, è una persona a cui Dio sta chiedendo un sacrificio per tutti, sta chiedendo una purificazione per tutti.
Io paragono la vita dell’anziano al tempo del purgatorio. Il tempo del purgatorio nasce dalla percezione che nella vita, per quanto bravi e saggi possiamo essere, siamo pieni di imperfezioni e per presentarci davanti a Dio abbiamo bisogno di purificarci da esse. La realtà dell’anziano ci ricorda che c’è un tempo nella vita in cui ad alcune persone è chiesta questa purificazione. Essa avviene in modo diverso per ciascuno: per uno è una malattia, per un altro la morte violenta, per un altro invece lunghi e lunghi anni di declino. Allora vi cito queste due espressioni una dell’Antico e l’altra del Nuovo Testamento che appunto vanno sull’onda delle cose che sto dicendo e che per me sono state di grande aiuto. I capitolo del Libro di Giobbe, versetto 21. Giobbe è una figura molto misteriosa, un uomo che non faceva parte del popolo d’Israele, un uomo buono, un uomo felice che viene provato (non voglio soffermarmi su questa figura, ma ci sono, dietro questa figura, le domande più profonde che noi possiamo fare a riguardo della vita): il diavolo mette in discussione Dio e gli dice "Voglio vedere se questa gente che ti onora, dopo che gli avremo tolto i beni che hanno ti onorerà ancora" e Dio gli permette di tentare Giobbe con prove tremende: deve rinunciare ai campi, alle stalle, a migliaia di capi di bestiame, ai figli, egli stesso viene coperto da una piaga purulenta che lo costringe a grattarsi continuamente. Da lì nascono tutti gli interrogativi, un dialogo con amici e riflessioni molto profonde: la domanda "Se Dio c’è perchè c’è il male?" è la domanda più sconvolgente, più profonda, più drammatica che l’uomo può farsi: "Si Deus est unde malum?" ("se Dio c’è, perchè c’è il male?"). Non è una domanda a cui si possa rispondere superficialmente. All’inizio della sua riflessione, Giobbe usa questa espressione: "Nudo sono venuto sulla terra e nudo la lascerò". Per me qui c’è una grande porta per comprendere che cosa sia ciò che è chiesto all’anziano e come noi dobbiamo guardare l’anziano. "Nudo sono venuto sulla terra": non è evidentemente solo la nudità con cui si esce dal ventre della madre; significa che noi usciamo dal ventre della madre e dobbiamo essere arricchiti da esperienze che innanzitutto vengono dall’esterno, nasciamo bisognosi degli altri, impariamo a parlare guardando le labbra della mamma che si muovono, sappiamo di esistere perchè vediamo poco a poco sgattaiolando sotto i mobili, che ci sono altre cose, prima vediamo le gambe del tavolo, poi quelle di altre persone, poi impariamo che ci sono dei tipi come noi. Ecco cosa vuole dire Giobbe: "Nudo sono venuto..." vuole dire pieno di necessità. Cosa vuole dire allora "Nudo vi ritornerò"? Vuole dire che tornare verso Dio, vivere questo purgatorio, come può essere la vita dell’anziano, è a poco a poco riacquisire, purtroppo in modo generalmente drammatico, l’esperienza di essere bisognosi di tutto. Questo è l’anziano che il più delle volte abbiamo intorno a noi, colui che è bisognoso di tutto. Ma in questo modo non diventa forse il grande insegnante di cosa sia la nostra vita?
L’anziano, ho trovato questa definizione, "è una sentinella che attende l’alba del giorno eterno". L’anziano è una sentinella, colui che segnala alla nostra esistenza quanto essa sia nel fondo necessità degli altri e ultimamente necessità di essere perdonati, di essere salvati, di essere realizzati da una misericordia che ci accoglie e che ci abbraccia. In questo totale essere consegnato a un altro sta il grande insegnamento della vita dell’anziano. Per chi crede, direi, che la vita dell’anziano è paragonabile all’eucaristia. Che cos’ è, infatti, l’eucaristia se non Dio che si fa a tal punto disponibile da essere un pezzo di pane che può essere calpestato, può essere lasciato lì e dimenticato. E l’anziano non può essere lasciato lì e dimenticato? Quante volte succede questo! San Paolo nella prima lettera a Timoteo, suo discepolo scrive: "non abbiamo portato nulla sulla terra, nulla porteremo via". Non è la svalutazione di tutti i doni positivi che la nostra vita ha portato, di tutto ciò che di bene e di grande abbiamo fatto; va ben più in profondità di tutto questo: riconosce che ciò che abbiamo portato è in realtà qualcosa che ci è stato donato e a poco a poco Dio ce lo richiede per darlo ad altri. La vita dell’anziano ci insegna cosa voglia dire "vocazione" che, secondo un’espressione molto bella di una donna che ha vissuto la sua vita con il grande teologo Von Balthasar, non significa che noi diamo tutto a Dio ma che Dio si prende a poco a poco tutto di noi. Attraverso la vita dell’anziano Dio ci insegna che cosa sia l’esistenza: tutto quello che abbiamo vissuto rimarrà, se noi lo consegniamo a Lui; niente andrà perduto se noi accettiamo che Lui sia il Signore della nostra vita.
Allora, come stare con loro? Se l’anziano ci insegna questo, abbiamo capito come stare con loro. Occorre stare e basta. Stare con gli anziani opera una grande semplificazione nel nostro sguardo e nella nostra esistenza. Stare con gli anziani non permette grandi ragionamenti, grandi riflessioni, grandi arzigogoli psicologici. Capisci che la cosa più grande che tu puoi fare è stare, stare lì, stare con lui o con lei; condividere quelle parole che dice o che non riesce più a dire; stare con loro al livello in cui sono, accettando nella maggior parte dei casi il loro lento declino, imparando allo stesso tempo a godere del dono dell’altro semplicemente accogliendo la sua presenza; l’altro c’è, quello che può darci è il suo essere, il suo essere lì come segno che la vita ha una dignità e una grandezza anche quando a poco a poco vengono meno le energie dell’intelligenza. Finché c’è spirito c’è personalità; un grande insegnamento non facile da vivere perchè noi abbiamo paura di questo silenzio e talvolta cerchiamo di riempirlo con i nostri discorsi. Oggi si ha molta paura del silenzio perchè il silenzio ti mette a nudo. Il silenzio non solo rivela l’altro a te, ma rivela te a te stesso. Gli anziani hanno la forza di farci guardare nello specchio, gli anziani ci rivelano a noi stessi e si ha paura di questo. Ecco allora l’importanza di imparare a stare davanti all’altro condividendo ciò che in quel momento chiede; è stanco, non sa parlare, allora non si parla; vuole parlare, allora si sta a quello che vuole dire.
Ecco: gli anziani ci insegnano a stare davanti a loro non coprendoli con i nostri discorsi ma accettando anche la durezza delle loro depressioni, dei loro stati di crisi e di pianto che hanno a cui noi possiamo, nella maggior parte dei casi, portare poca soluzione. L’anziano ci porta realmente al cuore della realtà, al cuore del mondo, ci porta realmente alla scoperta di ciò che essenziale, di ciò che non passa, di ciò che è definitivo; paradossalmente proprio con questa sua esperienza del passaggio, ci porta a puntare gli occhi su ciò che non passa , su ciò che è definitivo.
Domanda 1 – Come riuscire ad affrontare la difficoltà della quotidianità tenendo lo sguardo fisso su quello che tu ci hai detto adesso?
Risposta 1 – La domanda fondamentale è quella che tutti quanti avrete affrontato: "Tenerla in casa o no?". Questa è la domanda fondamentale a cui ciascuno cerca di dare le risposte come può, che si pone continuamente: il cuore direbbe: "Riportiamola nella sua casa dove ha vissuto cinquanta anni", qui vale veramente il senso negativo della parola "cuore" che usava Manzoni ne I promessi sposi: "Cosa sa il cuore? Appena un po’ di quello che è accaduto".
Quindi non dobbiamo cedere a derive sentimentali. Questa è la domanda fondamentale; una volta che si è presa la decisione, tenerla a casa oppure metterla in una casa di riposo, occorre tener presente che i problemi rimangono. Essi sono ovviamente sono di tipo diverso: tenendola in casa sarai come assediato da lei, lasciandola in casa di cura ti sembrerà sempre di aver fatto troppo poco, ma sono le due facce della stessa medaglia: noi non possiamo essere una risposta esauriente alla loro condizione, questo dobbiamo averlo ben chiaro. La domanda rimane, forse ancora più pesantemente per ha in casa l’anziano, che sembra bisognoso di tutto il nostro tempo, ma noi non possiamo darglielo perché in casa, nella maggior parte dei casi, ci sono un marito, dei figli, ci sono anche delle esigenze della persona stessa.
Dobbiamo imparare a consegnare a Dio le persone. Questo è molto importante, altrimenti entriamo in conflitti di coscienza laceranti, che non portano nessun frutto di bene. L’esperienza della fragilità dell’anziano mette in luce anche la nostra fragilità, mette in luce anche tutti quegli aspetti d’impotenza che abbiamo di fronte all’esperienza dell’altro; mette in luce, vorrei riprendere la parola importante che ho detto prima, una parola che dico dentro una visione cristiana della vita, ma penso che possa valere per tutti, mette in luce il fatto che Dio sta chiedendo a quella persona qualcosa in cui io la posso accompagnare, la posso aiutare ma che soltanto lei può dare. Qui tocchiamo l’aspetto più profondo e misterioso del rapporto tra Dio e l’uomo: il grande mistero di questo rapporto non è soltanto ciò che Dio dà – questo è molto profondo e molto misterioso, noi non c’eravamo e ci siamo, noi siamo peccatori e Lui ci salva sempre – , ma è quello che Dio chiede. Poiché Dio è una persona che stabilisce con noi un rapporto personale Egli non è soltanto uno che dà, ma è anche uno che chiede, che desidera il nostro sì. Siamo realmente di fronte agli aspetti più profondi della vita, dell’uomo, del suo rapporto con il Signore.
Non pretendiamo che l’anziano abbia chissà quali riflessioni sulla morte vicina, su Dio che arriva ecc.. C’è già questa oggettività in quello che Dio gli sta chiedendo e questa oggettività è già la sua salvezza, indipendentemente dalle riflessioni che può fare; poi se queste riflessioni vengono, grazie a Dio, e tante altre cose possono avvenire, grazie a Dio, ma quello che Dio chiede a ciascuno costituisce già la modalità e la strada verso Dio, realizza la sua unione con noi e il bene della nostra vita. Questo mi sembra importante, la parola in fondo sintetica, che ho voluto dire oggi, è questa: leghiamoci agli aspetti oggettivi dell’esistenza, quello che dice Paolo: "Nulla ho portato, nulla porterò via", questo "nulla porterò via" può avvenire in tantissimi modi, ma nel nostro caso avviene attraverso una strada oggettiva ed è quello che Dio a poco a poco chiede alla persona, l’offerta di tanti aspetti della sua vita.
Pensate agli ultimi anni della vita di Giovanni Paolo II, agli ultimi anni di vita di don Giussani: essi fanno capire molte più cose rispetto agli anni della baldanza e delle corse. È un criterio della Chiesa nelle cause dei santi studiare gli ultimi anni di vita della persona, perché in molti casi sono gli anni in cui Dio chiede qualcosa d’importante. Dio può anche chiedere la fede, il dono di tutto, di essere pura nudità davanti a Lui. Sono queste notti nere di cui parlano i Santi: io ricordo che una suora che ho assistito negli ultimi anni di vita, aveva 90 anni, mi diceva sempre "c’est le désert" ("è il deserto"); San Giovanni della Croce e Santa Teresa "la noche oscura" ("la notte oscura"). Conta di più quello che Dio ci chiede delle risposte che noi riusciamo a dare.