di Ilaria Sesanada, "Avvenire", domenica 17 agosto 2008
La C.A.I. ridefinisce i criteri di accreditamento degli Enti per le adozioni nazionali. Gli orientamenti di Carlo Giovanardi, presidente della C.A.I., e la posizione di Marco Griffini, presidente di A.I.B.I
Esigenze difficili da conciliare. Da un lato le 30- 40mila famiglie italiane che hanno ottenuto l’idoneità a adottare un bambino straniero e che si trovano a vivere, spesso per anni, nel limbo dell’attesa. Dall’altro il compito della Commissione per le adozioni internazionali (Cai) che lavora per tutelare i più piccoli e per evitare, come spiega il presidente (e sottosegretario alla Famiglia) Carlo Giovanardi, "che l’adozione si trasformi in un mercato di bambini". Qualche settimana fa la Cai ha emanato i nuovi criteri d'autorizzazione all’azione degli enti. Un documento in cui, spiega Giovanardi, "ci siamo sforzati di bilanciare esigenze diverse. Ad esempio conciliare, da un lato, la libertà della coppia di rivolgersi all’associazione che ritiene più rispondente alle proprie esigenze, dall’altro la preoccupazione della Commissione che l’ente seguisse costantemente la coppia durante tutto il percorso adottivo". Altro punto caldo, la necessità di " individuare criteri più rigorosi di professionalità ed eticità per tutti i collaboratori degli enti ", come si legge sul sito della Cai. " Questi nuovi criteri tendono ad alzare molto il livello di qualità delle associazioni che lavorano nel settore dell’adozione internazionale – commenta Marco Griffini, presidente dell’Associazione amici dei bambini (Aibi) – ed è uno sforzo che sosteniamo e apprezziamo, nella speranza di migliorare tutto il sistema delle adozioni internazionali. Che però non deve penalizzare quelle associazioni, come l’Aibi, che già soddisfano i requisiti richiesti dalla Commissione". Dalla Commissione, infatti, era arrivato un rinvio a marzo 2009 dei termini per presentare le richieste d'autorizzazione per operare in nuovi Paesi. Ma all’atto pratico le effettive autorizzazioni entrerebbero in vigore, dopo le necessarie verifiche, nell’estate 2009. " Una decisione che paralizza lo sviluppo delle adozioni internazionali – commenta Griffini – tanto più grave se si considera che gli enti sono, di fatto, bloccati da due anni, nelle loro potenzialità di sviluppo. Nei Paesi in cui già lavoriamo i numeri delle adozioni non sono tali da soddisfare tutte le coppie italiane in attesa né, tanto meno, di incidere con maggior forza contro l’emergenza dell’abbandono infantile" . Da qui l’esigenza di aprire a nuovi Paesi, come quelli africani e le nazioni dell’estremo oriente. Un percorso lungo e paziente, ma anche costoso dal momento che è necessario aprire un ufficio all’estero, inviare personale qualificato, investire in progetti di collaborazione. " Sono sforzi necessari, per poter operare al meglio e tutelare i bambini – spiega Griffini –. Ma il blocco è un disincentivo, aumenta la sfiducia nostra e delle famiglie: per questo chiediamo alla Commissione di rivedere questi termini e, eccezionalmente, per il 2008, consenta di presentare le domande entro il 30 settembre". "Ampliare il bacino di paesi stranieri in cui operare è un problema molto complesso – risponde Giovanardi –. Ma se ci sono possibilità concrete di aprire nuove strade, per adottare bambini provenienti da Paesi in cui l’Italia ancora non opera, siamo disponibili a valutarle. Già in settembre potremmo rivedere i termini per la presentazione della domanda d'autorizzazione se, in quello specifico Paese, ci sono le condizioni per poter lavorare". Problema molto delicato e complesso che, come sottolinea l’Aibi richiede professionalità e competenza da parte degli enti autorizzati che operano sul territorio e grande conoscenza delle realtà locali per evitare che il sistema delle adozioni si trasformi in un allucinante mercato dei bambini in cui questi piccoli valgono, letteralmente, tanto oro quanto pesano. Ci sono, infatti, molti paesi che non hanno ancora ratificato la convenzione dell’Aja, ed è quindi molto più difficile fare una verifica sullo stato d'abbandono del minore. "Abbiamo scoperto, ad esempio, che alcuni bambini che ci erano stati segnalati in realtà non erano orfani – racconta Griffini –. Ai loro genitori era stato detto che sarebbero andati in Europa a studiare e che sarebbero poi ritornati a casa. Abbiamo fatto le opportune verifiche e, una volta scoperto l’imbroglio, abbiamo parlato con i genitori spiegando loro come funziona esattamente il meccanismo dell’adozione internazionale. Alcuni hanno ripreso con se i propri figli, altri hanno acconsentito a darli in adozione " "C’è infine una contraddizione che balza agli occhi in modo lampante – conclude Giovanardi –. La grande richiesta delle coppie che vorrebbero adottare un bambino straniero e il dramma dell’aborto. Bisognerebbe riconsiderare, con estrema cautela e prudenza, se non si possano trovare strumenti per fare in modo che il percorso dell’aborto si possa concludere, invece, con un’adozione". Ilaria Sesanada, Avvenire 17 agosto 2008