Accogliere gli anziani, testimonianze

In questa sezione abbiamo voluto raccogliere alcuni appunti e testimonianze che descrivono la fatica e lo sguardo dell’accoglienza agli anziani che la nostra associazione propone.

Una provocazione di Dio alla nostra vita
Una testimonianza di don Massimo Camisasca, 2007

Domenica 1° aprile, Milano, casa di riposo Fondazione Moscati: Don Massimo Camisasca, superiore della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo è qui, come ogni quindici giorni, per fare compagnia alla mamma, anziana e ammalata. Ma questo pomeriggio fa compagnia anche a un nutrito gruppo di amici di “Famiglie per l’Accoglienza” che vivono anch’essi la realtà della malattia e del declino fisico e psichico dei propri parenti anziani. Una realtà che mette a dura prova, sia fisicamente che psicologicamente, chi la vive, travolto dalle urgenze materiali e soffocato dai ricatti affettivi. Una dura prova che però può trasformarsi se investita da uno sguardo di compassione. Ed è questo lo sguardo che ci ha offerto don Massimo. Il punto di partenza è la domanda con cui tutti – sociologi e geriatri, in primis – iniziano saggi e interventi: “Chi è l’anziano?”, ma Camisasca la traduce così: “Che cosa vuole dire Dio alla nostra vita attraverso la presenza degli anziani?”. E poi due frasi significative dal Vecchio e Nuovo Testamento per comprendere quale sia il sacrificio che viene chiesto all’anziano: “Nudo sono venuto sulla terra e nudo la lascerò” (Giobbe 1, 21) e “Non abbiamo portato nulla sulla terra, nulla porteremo via” (I Tim. 6, 7), cioè, spiega, “veniamo al mondo bisognosi di tutto e poco a poco riacquisiamo, purtroppo in modo generalmente drammatico, l’esperienza di essere bisognosi di tutto. E in questo totale essere consegnato a un altro sta in fondo il grande insegnamento della vita dell’anziano”.
Come stare dunque di fronte all’anziano? “Stare, e basta. È la cosa più grande che si può fare. Imparando ad affidare queste persone a Dio”.

A volte basta alzare lo sguardo
Una serata con don Roberto Colombo, 2004

“Onorerai i tuoi genitori”, cioè li aiuterai in questa trasfigurazione (…) li aiuterai con la tua giovinezza a superare la vecchiaia; non li lascerai sprofondare dietro la barriera della loro decadenza fisica (…) nella misura in cui ciò dipende dalle tue forze” (Mounier, Lettere sul dolore).
Il 30 gennaio 2004 don Roberto Colombo ha incontrato a Milano alcune famiglie che accolgono i propri genitori anziani. Sono emersi alcuni giudizi fondamentali:

  • la concezione della vita: c’è un modo di concepire la vita come una parabola in ascesa fino ai 50/60 anni, poi il declino della vecchiaia è visto come un arrendersi alla debolezza e al limite. Questa cultura, attualmente dominante, si scontra con il desiderio di felicità e di compimento che ciascuno di noi ha in cuore. Corrisponde invece a questo desiderio una concezione della vita come salita verso la vetta: “la fatica della salita è condizione per arrivare alla cima, dove ti si aprirà davanti agli occhi un paesaggio molto più ampio e completo”. Occorre aiutarsi ad avere questo sguardo sulla vita e sulla propria persona;
  • il perdono con la diversità: da una parte, l’essere diventato malato o non più autosufficiente non è facilmente accettato dall’anziano; ma dall’altra anche il figlio sembra non riconoscere più il proprio genitore: “E’ come se i ruoli si fossero completamente invertiti, per cui la mamma sono diventata io; ma io non sono la mamma di mia mamma, io sono sua figlia”. A volte basta alzare lo sguardo, sentire il racconto di altri che vivono condizioni di infermità più pesanti o condividere con gli amici i momenti più duri, per accettare il cambiamento, che “è la dinamica dell’io: Dio non ci ha creati perché fossimo immutabili”;
  • la persistenza nella famiglia delle diverse generazioni è un valore da salvaguardare, perché permette un’educazione ad accogliere i bisogni l’uno dell’altro: “Cerco sempre di coinvolgere i nipoti nell’accudire l’anziano, perché è stato utile per me, ma soprattutto perché l’esperienza non tollera di essere disgiunta, ma si può essere padri e madri solo se si accetta fino in fondo di essere figli”.

Ma la questione cruciale è quella che investe ogni forma di accoglienza, che è l’amore alla libertà dell’altro: volere il bene dell’altro significa “non imprigionarlo in una gabbia d’oro che noi gli possiamo costruire”. Anche se li accogliamo in casa, va rispettata la loro libertà, che è la libertà dei figli di Dio. La sofferenza, causata dall’accorgersi di dover dipendere l’uno dall’altro, diventa così pedagogia.
Concludeva don Roberto: “Non c’è umiliazione più grande che accettare di dover dipendere, ma è attraverso l’accettazione di una dipendenza che si scopre la domanda di infinito che ciascun uomo ha in sé”. Questo non vale solo per i nostri genitori, ma anche per noi, che dipendiamo da loro perché non possiamo più fare tutto quello che vorremmo, ma “l’uomo guadagna attraverso l’accettazione di una dipendenza”.

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