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Affido: “Il salto è proprio la fede: questi figli non li salviamo noi”

Il gruppo affido di Milano si è ritrovato lo scorso 13 maggio per dialogare sul tema: “Dalla rassegnazione all’attesa feconda”. In una compagnia di famiglie le fatiche possono essere condivise ed i dubbi liberamente confrontati con le esperienze, positive o faticose, di altri. 

Prendendo spunto dalla posizione del padre narrato nella parabola evangelica del figliol prodigo il gruppo di famiglie, che vivono o sono interessate all’esperienza di affido, ha affrontato alcune domande:

  • Come possiamo vivere quella attesa generosa, paziente e affettuosa del padre nei confronti dei nostri figli e della loro libertà?
  • Quando l’attesa non è solo passiva rassegnazione o riduzione del desiderio? – Cosa permette un cambiamento?
  • Quali luoghi ci aiutano?

Le libertà davanti alle quali stare sono diverse: la nostra, quella del figlio, quella della famiglia d’origine, quella dell’assistente sociale.

Di seguito appunti di alcuni interventi (i nomi indicati sono di fantastia).

Elisa, mamma affidataria, racconta: “Nel nostro caso la figura del figliol prodigo è stata quella della mamma della nostra bimba in affido: quanti capricci ha fatto, quanto si è ribellata, quanto ha sofferto e come questo ha costretto me a un lavoro. Ho dovuto fare i conti con la sua presenza, che io avrei voluto togliere. Eppure negli anni è diventato questo lavoro si è rivelato fondamentale perché legato all’origine di quella bimba. Finché mi sono contrapposta alla sua mamma, pur con delle buone intenzioni, non era possibile l’unità per lei.

Quando io ho cominciato ad accettare questa mamma, anche per la figlia è stato possibile esprimere il suo desiderio di tornare a stare con lei. E nel tempo questo è potuto accadere. L’occasione della prima comunione, vissuta con grande gioia da tutti, dentro una unità tra noi e la sua famiglia peruviana è stata l’accadere del centuplo.

Nel tempo ci sono stati tanti momenti di attesa, dello stare alla finestra, del lasciare spazio a questa mamma, a tutta la sua diversità , con anche il timore che i suoi progetti non fossero per il bene della bimba. Fino ad arrivare ad una nostra capacità di accettarla, cercando di evitare continue contrapposizioni, che non avrebbero aiutato. La mia festa della mamma è stata questa festa con due mamme, insieme! Questo nostro vissuto porta dentro una sfida che sarebbe stata impensabile senza l’accompagnamento di questa storia, di alcuni volti, dell’amicizia con alcuni amici di Famiglie per l’Accoglienza”.

Tiziana: “Abbiamo messo a tema questo lavoro sulla libertà perché si ripete sempre il fatto che devi metterti di fronte alla libertà dell’altro, e alla tua: arriva un momento in cui capisci che non hai in mano tu, che non hai sotto controllo tu la situazione. E quindi ti è chiesto di attendere che qualcosa si manifesti. Durante questa attesa però uno può muoversi: fare dei tentativi, fare dei passi”.

Antonio ha aggiunto: “Nell’esperienza dell’affido certe volte sembra di non avere scelta: quando la libertà dell’altro si impone devi passare per forza da quella strada. Devi considerarla e cercare di amarla! Amarla, cioè accettare l’altro così com’è e trasmettergli la tua decisione: “Ti accolgo così, incondizionatamente”.

Tiziana ha sottolineato: “Nonostante i nostri limiti e difficoltà e talvolta la nostra sostanziale incapacità, è sempre possibile un nuovo inizio! A volte non ci rendiamo conto che noi siamo guardati dai figli accolti e dai nostri figli in modo diverso da come ci guardiamo noi, anche la nostra “cattiveria” può essere accolta. I nostri figli hanno una consapevolezza di quello che siamo veramente, e noi possiamo avere un’idea distorta di quello che i nostri figli pensano di noi. Anche loro hanno una capacità di perdono e percepiscono una positività, possibile anche dentro la faticosa condivisione del quotidiano”.

Antonella ha chiesto: “Amare la libertà del figlio vuol dire saper mantenere vivo il filo del rapporto con lui, anche aspettando il momento in cui è il figlio a decidere di riaprire il dialogo ed il cuore. Più difficile è accogliere la libertà dell’assistente sociale, che potrebbe prendere la decisione sbagliata? Anche amare la libertà della mamma d’origine, che non si cura come dovrebbe e non è in grado di rapportarsi con i figli, non è semplice da accettare. Come si fa ad avere fede, ed a essere tranquilla in questa situazione?”.

Luisa ha portato la sua esperienza: “Anche nell’affido, ma non solo, ci troviamo a volte in situazioni in cui non possiamo proprio fare nulla. E’ allora che bisogna affidarsi. E’ proprio un problema di fede”.

Tiziana ha aggiunto: “Com’è faticoso vedere la sofferenza nei bambini! Questa croce che a volte devono portare i nostri figli. Ma abbiamo sperimentato che solo consegnando a Dio questa storia è possibile  viverla, anche in letizia. Questa consegna è piena della consapevolezza che noi possiamo accompagnare fino in fondo. E’ possibile stare di fronte alle loro fatiche se io, a mia volta, sono abbracciata da amici da cui mi sento voluto bene. E’ questo loro sguardo mi rende certa del fatto che il compimento c’è, c’è già, e così diventa possibile accompagnare la loro crescita anche dentro al dolore”.

Mariella: “Quanto lavoro e quanta strada è stata percorsa per arrivare dove siamo giunti ora! Più si va avanti e più si diventa certi, ma è stato preceduto da mille episodi tanto faticosi. Se questi bambini sono in affido è perché le loro famiglie hanno una ferita grande. Il tempo che restano con te è un tempo di costruzione. Nessuna ferita, può compromettere in maniera definitiva la loro vita. E questi bambini hanno delle risorse infinite. Il salto è proprio la fede: questi figli non li salviamo noi. Potrebbero anche rimanere definitivamente con noi, ma questo non è la garanzia che siano felici”.