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Amare la libertà di un figlio, una posizione vertiginosa

Rispettare la libertà di chi accogliamo nei tempi consoni al loro cammino. La testimonianza di Claudia alla giornata di convivenza di Famiglie per l’Accoglienza della Toscana, domenica 22 febbraio, ha dato carne e sostanza a questo tema, raccontando la propria esperienza di genitore adottivo.

Claudia ha sottolineato, per prima cosa, che, di fronte alle difficoltà e alle incomprensioni con i figli, «avrei reagito con rabbia, senza l’amicizia di Famiglie per l’Accoglienza, sempre più forte sull’orizzonte delle mie giornate, come una compagnia sacramentale, che ti scava dentro, ti cambia dall’interno e ti testimonia dove è possibile attingere l’energia per riconoscere il bene nella vita nostra e dei nostri figli, un bene che può diventare più grande dell’attaccamento che abbiamo a noi stessi».

 Com’è possibile riuscire ad accettare una diversità tanto differente dei nostri figli? E, per di più, accompagnare con stima i loro progressi e le loro fatiche senza recriminazioni e senza pretese? «Ho capito che questa possibilità non proviene da una pazienza o da una generosità personale, ma solo dal regalo di quella compagnia che seguo e che, da sempre, mi fa gustare la misericordia come ultima parola sulle difficoltà, le insofferenze, le incomprensioni che incontro strada facendo».

Daniela, Claudia e Adriano alla giornata di convivenza di Firenze, 22 febbraio 2026

Da sinistra, Daniela, Claudia e Adriano alla giornata di convivenza

Claudia ha raccontato la difficoltà del rapporto con il proprio figlio, spesso contrassegnato da rabbia e da silenzi. Ma amare i nostri figli non ha bisogno che le cose cambino o sia aggiustino – perché magari non succederà mai rispetto al nostro immaginario. «Oggi di fronte al pensiero “Mio figlio non capisce quel che facciamo per lui, mio figlio non sente il bene che gli voglio”, pur dentro la sofferenza di un legame tormentato e spesso negato, l’espressione: “Mio figlio…” in realtà si è trasformata in me in “Figlio mio!”, cioè, “Figlio mio, non stringo più tra le mie mani la pretesa di essere quella che capisce dove sta il tuo bene” ,  “Figlio mio, qualunque sia la tua percezione di me, ti voglio bene e se tu non puoi perdonare la mia diversità, io posso invece abbracciare la tua, con libertà, perché così mi sento abbracciata io nel mio niente”.  “Figlio mio, il tuo bene, pur continuando a fare per te il possibile, lo affido ogni giorno all’amore senza limiti di Dio”. Vedo così che non c’è bisogno che le cose vadano a posto per guardare mio figlio come si guarda un figlio grande, anzi, un grande figlio totalmente altro da me, ma ho bisogno che qualcuno quello sguardo me lo continui a insegnare, per non smettere di imparare e di farne memoria».

E quello sguardo – ha aggiunto Claudia – non ci viene regalato solo per i nostri figli, ma per tutti quelli che incontriamo.