Al cuore dell’accoglienza
Presentato a Firenze sabato 21 marzo Il miracolo dell’ospitalità per iniziativa di Famiglie per l’Accoglienza Regione Toscana, Centro Culturale di Firenze, Compagnia delle Opere Toscana e Comunione e Liberazione. L’incontro, che è stato moderato da Stefano Parati, CDO Toscana Opere sociali, ha avuto il contributo del Forum delle associazioni famigliari della Regione Toscana e il patrocinio della Città Metropolitana di Firenze, del Comune di Firenze e del CESVOT.
“Il dolore nasce dall’impossibilità di corrispondenza dell’assetto o dell’atteggiamento dell’altro con quello che noi abbiamo pensato o immaginato, sia come progetto buono su di lui, sia come soddisfazione di una nostra esigenza affettiva. Il dolore nasce dall’accorgersi di essere incapaci di colmare l’abisso della diversità”. Il dialogo è entrato direttamente nel vivo, a partire da questo passaggio del libro di don Giussani, proposto al primo relatore dell’incontro: Stefano Superbi direttore del Progetto Villa Lorenzi, un’opera molto nota in città perché si occupa da anni di accompagnare ragazzi e giovani in percorsi di recupero da dipendenze e fragilità e anche di dare supporto alle famiglie.
«Lavoriamo con un centinaio di ragazzi, fra bambini e giovani adulti e, quindi, questo è proprio un argomento che ci appartiene – ha detto Superbi –: riguarda quello che affrontiamo ogni giorno e il progetto che cerchiamo di offrire a ragazzi e famiglie perché dal dolore possa nascere un desiderio di vita e di futuro. Giustamente Giussani dice c’è distanza fra un progetto e la dimensione reale di quello che vive la persona dentro: per questo una proposta educativa come la nostra, che chiede impegno e fatica, è una lotta dura contro le sostanze che garantiscono un paradiso istantaneo». Si comincia a costruire creando un legame di fiducia tra ragazzi e operatori, anche se la strada è spesso difficile e si soffre per chi si è perso. Nello stesso tempo, questa storia è piena di sorprese o, sarebbe meglio dire, miracoli, come la gratitudine espressa da chi, attraverso di essa, è diventato adulto.
Zaira Conti, storica fondatrice e anima del progetto Villa Lorenzi, ha commosso con la sua testimonianza: «Quando i ragazzi mi chiamano anche dopo anni, li riconosco dalla voce, perché sono entrati dentro di me nel cuore, questo per me vuol dire accogliere. Sono una persona amata, perché mi sento amata da Dio: ecco devo trasmettere a loro questo amore in qualche modo…piano piano a piccoli passi, perché arrivino a scoprire il senso della vita. E vi dico: amate, non giudicate».
Il dialogo è proseguito con altre testimonianze: Antonio ha raccontato l’incontro suo e della compagna Letizia con la gratuità, attraverso la risposta ad una richiesta di aiuto diffusa da Famiglie per l’Accoglienza. «La proposta era di renderci disponibili a svolgere un servizio di accompagnamento a un centro estivo di una bambina ucraina disabile, fuggita in Italia accompagnata dalla nonna dopo l’invasione russa del febbraio del 2022». Antonio e Letizia si fanno carico di questo impegno e di altri che via via sono richiesti dalla particolare situazione ormai da due anni. Un gesto apparentemente piccolo, ma grande nel significato, perché ha fatto nascere un’affezione e ha fatto scoprire che non è «frutto della nostra generosità ma di un amore più grande del nostro, nel quale ci siamo imbattuti e che ci ha toccati in modo inaspettato e immeritato. Un amore gratuito che ha afferrato me e Letizia attraverso questi amici e che attraverso di noi ha iniziato ad abbracciato anche la bambina e sua nonna».
Debora ha poi portato una testimonianza legata all’esperienza dell’affido. Raccontando la partecipazione sua e di suo marito Gabriele al funerale della nonna biologica del figlio, ha descritto l’impatto dell’incontro con il padre naturale: “Abbiamo capito subito chi era: era identico a suo figlio”. Un momento che ha reso evidente l’emergere improvviso dell’appartenenza biologica, vissuto come un’esperienza molto forte: «Quella scoperta ha fatto nascere in noi perfino un sentimento quasi di ostilità verso il ragazzo. Dirlo è difficile, ma è quello che abbiamo provato. È stata un’umiliazione accorgersi di questo». Si fa i conti con una diversità ineludibile e crolla un po’ l’illusione che quel figlio sia completamente tuo. “Ti accorgi di quanto la tua generosità sia fragile, legata ai tuoi istinti. Allora ci siamo chiesti: come può l’umiliazione diventare umiltà?» Da qui, però, si è aperto anche un percorso: «Abbiamo capito che il perdono non riguarda solo ciò che l’altro fa di sbagliato, ma soprattutto quella ‘diversità’ che l’altro non ha scelto e che ci ferisce. Perdonare significa accogliere l’altro e se stessi per quello che sono. Da qui si può ricominciare. E il perdono – ha concluso Debora – è un ‘super dono’, un dono all’ennesima potenza … è dono di sé come quello di Gesù sulla croce».
Luca Sommacal, presidente nazionale di Famiglie per l’Accoglienza, ha concluso l’incontro ricordando il valore decisivo della compagnia: «Affrontare il dolore dell’altro e amarlo gratuitamente può essere uno sforzo morale che dura poco, oppure il frutto di un’esperienza vissuta davvero». Un’esperienza che nasce e si sostiene dentro rapporti concreti, perché questa consapevolezza nasce solo dentro un rapporto. Da qui l’importanza di non essere soli: «Ogni esperienza di accoglienza, se non è accompagnata, prima o poi si affievolisce», mentre «essere inseriti in una rete, in un popolo, aiuta a camminare e ad affrontare anche i propri limiti». In questo senso l’associazione è la vita di una compagnia di famiglie che si sostiene e si accompagna nel testimoniare quella dimensione di apertura iscritta nel cuore della vocazione familiare. La famiglia, infatti, non è un nido, ma un nodo di rapporti, chiamata non a difendersi dal mondo ma a esporsi nella relazione. È proprio in questa apertura che si manifesta qualcosa di inatteso: «Aprendo le porte della nostra casa facciamo entrare un mistero», perché «quando entra una persona, entra un ignoto che cambia la vita».
Per questo, ha detto Sommacal riprendendo il testo di don Giussani «non esiste nessun atto più grande dell’ospitalità», un gesto che va dall’adozione fino a un pranzo offerto, e che resta alla portata di tutti. Ciò che prende forma è uno sguardo nuovo sull’altro e su di sé: «l’abbraccio accogliente di una presenza a un’altra è un cammino che ha come destino l’infinito”. Un orizzonte che rende ogni incontro significativo, perché «accogliere l’altro significa riconoscere che è un mistero, un infinito».
L’incontro è stato aperto con i saluti di Massimo Cerbai vicepresidente della delegazione di Firenze del CESVOT, di don Ernesto Lettieri, responsabile del Centro di Pastorale Familiare dell’Arcidiocesi di Firenze e di Gianni Fini a nome del Forum delle associazioni famigliari della Toscana.
[foto di Chiara Caruso]
