“Accogliere è generare vita”
Due diverse esperienze di accoglienza, quasi all’estremo opposto – quella di una donna non sposata e quella di un genitore affidatario -, in dialogo a partire dal Miracolo dell’ospitalità di Luigi Giussani. L’incontro è stato organizzato sabato 26 settembre a Pistoia da Famiglie per l’Accoglienza Toscana, Comunione e Liberazione, CDO Opere sociali, in collaborazione con Hyper – Social club e nell’ambito di “Pistoia capitale del libro 2026”.
A nome dell’associazione Giampiero Gori ha moderato il dialogo tra Claudia Cavegn e Luciano Cristoferi, dopo i saluti di Daniele Duccini, per CDO opere sociali, e Luisa Bonafede, per il Centro Affidi del Comune di Pistoia.
Claudia Cavegn non è sposata e da laica, su mandato del vescovo, è assistente spirituale presso l’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, una grande realtà di oltre 250 posti letto: suo il primo intervento all’incontro, in cui ha raccontato in modo semplice e intenso la sua dimensione dell’accoglienza. “Provo ad essere una presenza, rispondendo alle richieste di chi è cattolico, per un momento di preghiera o per la comunione, ma anche per un battesimo d’urgenza in rianimazione. Ma provo ad essere presenza anche presso chi non conosce o non riconosce Cristo”. Ma come si può stare davanti al dolore, quale speranza è possibile? “Ho dovuto imparare che io non ho le risposte per gli altri, posso accompagnare le domande che altri si pongono incontrando il dolore sulla propria pelle”. Tra i tanti casi e situazioni vissute, Claudia ha ricordato quella di un neonato, non riconosciuto alla nascita e morto poco dopo: nella sua camera mortuaria, si sono ritrovati più di trenta tra medici, infermieri, operatori e volontari. Una vita così piccola, che però ha incontrato l’amore: “Questo è il miracolo dell’ospitalità, quando nel momento più tragico riusciamo a tirare fuori un bene più grande perché non siamo soli”.
Nella sua testimonianza Claudia ha fatto emergere un’immagine significativa: ogni volta che bussa alla porta di una camera d’ospedale si ripresenta, intatta, l’intera dinamica dell’accoglienza. È un percorso delicato che parte da un livello fisico — il bussare, l’attesa che aprano, il permesso di entrare e di sostare — per diventare un movimento, fino all’apertura del cuore. In quel momento, l’accoglienza diventa reciproca: si viene accolti e si può, a propria volta, accogliere l’altro, fino a far risuonare l’annuncio della speranza che sostiene.
Non c’è solo il dolore della malattia fisica, accade anche quello personale, di chi si porta dietro le ferite della propria vita: molte famiglie ne fanno esperienza con i figli accolti. Che cosa permette di stare dentro le situazioni difficili, senza che l’esito diventi misura? “Il fattore che più caratterizza l’esperienza di un’accoglienza è l’incontro con una diversità – ha detto Luciano Cristoferi, genitore affidatario e già responsabile di Famiglie per l’Accoglienza in Toscana -, ma a guardar bene in realtà riguarda tutti i rapporti. Che cosa rende difficile questo incontro? Spesso i nostri progetti, sia pure buoni, generosi e ragionevoli, finiscono per diventare per noi uno schema in cui l’altro deve entrare a tutti i costi. Ed è rischioso perché quello che ho pensato io vale più della libertà di mio figlio. Come genitori ci preoccupiamo di dare le risposte esatte alle grandi domande dei nostri figli, che a volte ci vengono urlate in faccia – ha aggiunto Luciano – ma la cosa veramente importante è accompagnare queste domande”. Da soli, tuttavia, questo è difficile o faticoso: occorre, come scrive don Giussani nel Miracolo dell’ospitalità, essere accompagnati nella verifica dell’esperienza. “Riconoscersi bisognosi di aiuto e di una compagnia non è una sconfitta: qualcuno ti sostiene e ti fa guardare che c’è chi ti vuole bene”.
L’accoglienza rivela la natura stessa dell’amore, non è solo per chi ha una vocazione particolare o il desiderio di maternità o paternità, è un dono per tutti, che assume le forme più svariate. Ecco le parole di Claudia: “Non possiamo vivere senza aprirci all’altro: accogliere o non accogliere, è come dire ‘essere o non essere’. Accogliere, in qualsiasi gesto, anche piccolo, è generare vita”.
“Il miracolo dell’ospitalità perciò non consiste semplicemente nel fatto che qualcuno apra la porta della propria casa, oppure accompagni la vita dell’altro nella sua concretezza – ha concluso Giampiero Gori -. Il miracolo è che una persona possa fare spazio a un’altra persona, fino a coinvolgere la totalità della propria vita, senza pretendere che l’altro corrisponda ai propri desideri o ai propri progetti; e cosciente dell’enormità del proprio limite, intuisca la grandezza della fiducia accordata nel prendersi cura di qualcuno”.