Abbiamo imparato a guardare le nostre fragilità.
Siamo Pina e Raffaele e ci siamo sposati, quasi 26 anni fa, con la consapevolezza che il nostro essere diversi per storia, carattere e temperamento fosse una risorsa piuttosto che un limite, ben coscienti che questo non avrebbe impedito contestazioni e litigi. Grazie al comune cammino di fede nel Movimento, eravamo certi che il nostro rapporto non potesse ridursi ad una questione privata ma dovesse assumere una dimensione di responsabilità anche nei confronti del mondo. Tutto questo ci ha predisposto a vivere la fecondità dell’amore coniugale come apertura al Mistero che ci aveva voluti insieme. Abbiamo avuto due figli e quando con loro siamo entrati nel mondo della scuola, abbiamo scoperto che molti bambini erano segnati da difficoltà familiari molto dolorose e profonde. All’epoca, in particolare, eravamo rimasti colpiti dal fatto che una compagna d’asilo del nostro figlio più grande fosse stata allontanata dalla famiglia e vivesse da qualche tempo presso una casa famiglia della nostra città e che questo fosse profondamente ingiusto soprattutto per la sua giovane età. Ci proponemmo per un affido ma nonostante l’interessamento della casa famiglia non si giunse mai ad alcuna soluzione. Noi ci sentivamo maturi per accogliere un bambino ma evidentemente i piani del Signore erano altri tant’è che da quel momento tutte le nostre esperienze di accoglienza non sono state né cercate né preventivate ma semplicemente proposte nei tempi e nei modi, siamo sicuri, voluti dal buon Dio. Invece della bambina, abbiamo ricevuto una richiesta di accoglienza di una ragazza ucraina arrivata da poco in Italia senza sapere una parola di italiano e per di più incinta al 4° mese. Ovviamente è rimasta con noi anche dopo la nascita del bambino ma poi ha trovato un compagno con cui fare famiglia e se n’è andata. Quando l’abbiamo accolta in casa ci siamo chiesti come potevamo in concreto esserle d’aiuto, ma la sua disponibilità e la sua dolcezza ci hanno conquistati. A chi accoglie non viene chiesta chissà quale capacità, ma solo di starci, di condividere un pezzo di strada insieme rispettando la libertà e i tempi dell’altro, perché tanto è Dio che fa le cose. Quest’estate suo figlio, che ha compiuto 18 anni ci ha impressionati e commossi. Durante la festa di compleanno si è avvicinato a noi e ci ha ringraziati per esserci sempre stati sia per lui che per sua madre. Qualche anno dopo questa prima accoglienza, la nostra famiglia ha dovuto affrontare una grande prova; ciò che sembrava un semplice difetto fisico mostrato dal nostro secondo figlio fin dalla nascita, in realtà indicava una patologia che, se non fosse stata corretta chirurgicamente, gli avrebbe potuto causare danni cerebrali e ritardo nello sviluppo psicomotorio e nel linguaggio. Questa anomalia, mai segnalata dal pediatra, è stata invece immediatamente intercettata da una signora che, incontrata per caso, appena visto nostro figlio ci invitò subito a contattare l’Ospedale Bambino Gesù di Roma dove il bambino ha subito un intervento al cranio all’età di quattro anni e si è salvato. Quella prova tanto dolorosa, che noi consideriamo un vero e proprio miracolo, ci ha fatto raggiungere una nuova consapevolezza e cioè che non si accoglie per riempire un vuoto affettivo o per un dovere sociale, ma per una sovrabbondanza di bene ricevuto, come richiamato nel Filo rosso di quest’anno: “Solo vivendolo noi per primi possiamo offrire questo abbraccio liberante a chi accogliamo nelle nostre case”. Sono così nate altre storie di bene per la nostra famiglia come l’affido, l’unico ad aver rivestito una veste istituzionale, di un bambino di 3 anni e mezzo con ritardo nel linguaggio dovuto in gran parte alla situazione di degrado sociale ed affettivo del suo ambiente familiare e che ci ha posti per la prima volta di fronte alle difficoltà delle relazioni con i servizi sociali e con la famiglia d’origine. In questo frangente abbiamo capito quanto fosse importante non essere soli in questa esperienza ma cercare l’aiuto di altre persone, come gli amici di famiglie per l’Accoglienza, che potessero sostenerci concretamente. Il bambino è rimasto con noi 4 anni vincendo delle sfide enormi sia relazionali e cognitive che più propriamente scolastiche grazie anche al fatto che è cresciuto quasi in simbiosi con uno dei nostri figli che aveva quasi la sua età. L’affido è poi terminato quando è stato adottato insieme al fratello maggiore che, a differenza sua, era cresciuto in casa famiglia. Da questa esperienza abbiamo imparato che i figli non sono nostri e che per amarli veramente dobbiamo stimare ciò che sono e sanno dare affermando con certezza che esiste un destino buono anche per loro perché è lo stesso che ha afferrato noi. Qualche anno più tardi abbiamo ricevuto la notizia che un nostro amico quarantenne che avevamo un po’ perso di vista, si era salvato in modo assolutamente miracoloso da un tentato suicidio con cui aveva deciso di porre fine ad un vita di eccessi aggravata dal fatto che era rimasto orfano, completamente solo e senza un soldo in quanto aveva dilapidato il patrimonio familiare con la droga. Dopo essere stato dimesso dall’Ospedale e prima del ricovero in comunità, lo abbiamo accolto in casa per diversi mesi durante i quali abbiamo assistito al disfarsi di un uomo in lotta tra l’incapacità di dare un giudizio di verità su tutte le storture del passato e la tentazione di ricominciare senza uno scopo, un’ideale cui tendere. La raggiunta consapevolezza che non era stato lasciato solo e che quanto gli era accaduto gli chiedeva una responsabilità nei confronti della vita che non si era dato da solo, ha dato inizio alla sua lenta e dolorosa rinascita come persona. Nel tempo il nostro amico è riuscito a trovare una nuova stabilità: è tornato nella sua città dove ha trovato un buon lavoro e si è anche sposato. A noi è stato dato il compito di accogliere e perdonare le sue fragilità ed accompagnarlo nella difficile impresa di decidere un nuovo inizio come dice il Filo rosso: “Amare significa allora imparare a guardare l’altro senza ridurlo ai suoi limiti; significa riconoscere il suo legame con l’eterno; amare malgrado tutto, perdonare”. Questa accoglienza è stata forse la più impegnativa ma ci ha insegnato che la gratitudine non costituisce un metro di giudizio sul buon esito dell’accoglienza perché niente di ciò che abbiamo condiviso con l’altro va perduto, anche se non se ne vede il compimento. Abbiamo imparato anche a guardare con più indulgenza alle nostre reciproche fragilità ed agli errori che commettiamo, per lasciare spazio alla misericordia di Dio che rende più autentica e sincera la nostra unione.