Noi e i nostri figli, il luogo della speranza
La testimonianza di Paola al pellegrinaggio di inizio anno della Toscana: amare i figli significa vivere noi genitori la certezza e la letizia dell’incontro con Dio nella Sua compagnia di amici, luogo della speranza
“Emanuele aveva un tumore. Quando ci siamo sposati nel 1990, lui era a metà del suo percorso di radioterapia. Abbiamo deciso di sposarci dentro questo fatto. La mia famiglia non capiva, non accettava questa scelta. Il nostro biglietto di partecipazione riportava questa domanda a Dio, che ha accompagnato per intero la nostra unione: ‘Ti chiedo di fare del tempo che mi dai ciò che vuoi che io faccia’. Per essere sempre aperti all’evidenza che è un Altro che fa tutto.”
È iniziata con queste parole la testimonianza di Paola alla giornata comune organizzata l’11 ottobre da Famiglie per l’Accoglienza della Toscana a Valdibrana, a pochi chilometri da Pistoia. Poco prima, più di cento persone tra genitori, nonni, bambini e ragazzi avevano partecipato al pellegrinaggio promosso dall’Associazione che partendo dall’antica Pieve di San Romano (XI secolo) ha raggiunto il vicino Santuario della Madonna delle Grazie per confluire poi nell’Aula liturgica della Parrocchia di Valdibrana, costruita nel 2017, dove si è svolto l’incontro. Dopo il canto introduttivo (“Se tu sapessi”, che evoca il dialogo di Gesù con la Samaritana composto da Antonio Anastasio, sacerdote della Fraternità di San Carlo Borromeo morto durante la pandemia di Covid nel 2021), e il benvenuto del responsabile regionale di Famiglie per l’Accoglienza, Adriano Di Sisto, Paola ha parlato del suo matrimonio e della sua vicenda di madre, segnati dalla malattia e dalla morte del marito Emanuele, ma anche dal rapporto con E., il figlio accolto prima in affido e poi adottato. Rapporto reso impegnativo a causa della tossicodipendenza del ragazzo.
A tema c’era “Una relazione che libera”, testo del Filo rosso 2026-2027, traccia di lavoro offerta all’inizio di ogni anno sociale da Famiglie per l’Accoglienza a chi aderisce e a chi si accosta a quest’esperienza originata dal carisma di don Luigi Giussani. Il Filo rosso proposto quest’anno si articola in tre punti (“Perdonare la diversità”, “Aderire alla presenza che si accoglie” e “Nei cantieri della storia, il luogo della speranza”), il cui nesso stringente con la vita è emerso dalla testimonianza ascoltata. In primo luogo per l’accoglienza, il “perdono” totale della diversità e della fragilità materializzatesi nella patologia di Emanuele durante il matrimonio.
“Amare significa imparare a riconoscere il legame dell’altro con l’Eterno”, si legge nel Filo rosso. Un amore che nel caso di Paola non è mai stato definito dal limite evidente cui era appesa l’esistenza del marito. Di più, “un amore che – ha aggiunto Paola – la gratuità da lui dimostrata sia nella relazione con nostro figlio, sempre seguito e riabbracciato nei momenti più difficili sia verso gli altri, arrivando anche a cedere la propria casa a chi ne aveva bisogno, ha travolto e plasmato la mia esistenza anche dopo la sua morte, generando rapporti!”. E. a un certo punto ha deciso di entrare in una comunità per seguire un percorso di cura della sua dipendenza.
“Così alla fine è tornato a casa con me – ha ricordato Paola -. E io l’ho riaccolto da adulto, un trentenne che aveva bisogno di sentirsi amato, voluto bene. E io gli ho voluto bene non con uno sforzo mio ma per la certezza di essere amata io per prima. Così mio figlio ha ricominciato a prendersi cura di sé, ha recuperato l’autonomia personale. Per cui mi sono chiesta: che cosa posso fare adesso per lui? Ho capito che la risposta a questa domanda non può che essere da un lato pregare il suo Angelo custode e Maria perché si occupino loro di lui, ma soprattutto vivere io la certezza di Chi ho incontrato. Perché mi sono resa conto che lo sforzo di piegare la realtà a ciò che penso sia giusto, non funziona. Con i nostri figli – ha concluso Paola – siamo noi genitori che dobbiamo vivere la certezza e la letizia del luogo in cui stare, in cui sperimentare il Suo bene. Solo questo ci rende attraenti agli occhi dei figli. Questo luogo è un esercito di amici che mi vogliono bene e mia aiutano. In una lettera che ci ha scritto a Natale, E. ha ringraziato me ed Emanuele perché non l’abbiamo mai lasciato solo. Lui, che non ha mai smesso di dichiararsi ateo, ha percepito questo amore. E uscito dal suo percorso, ce l’ha voluto dire”.
Ascoltare Paola a Valdibrana ha permesso a chi c’era di intravedere il Filo rosso che dall’accoglienza e dal perdono della diversità conduce a una fragilità rigenerata dall’amore di un Dio che si china su di noi senza scandalizzarsi mai per ciò che siamo, senza fermarsi davanti a nessuno dei nostri limiti ed errori, portandoci nel “luogo della speranza, che vive nei volti della nostra compagnia umana e che in qualche modo li trascende”. (Antonio Girardi)