News

Udine: Il miracolo dell’ospitalità

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “IL MIRACOLO DELL’OSPITALITA’ ”

Il 7 febbraio 2026 si è svolta a Udine, presso una sala dell’Università degli Studi, la presentazione del libro “Il miracolo dell’ospitalità” di Luigi Giussani.

L’intento era quello di creare un dialogo non solo sul contenuto del libro, ma anche sulle esperienze concrete di accoglienza, attraverso i racconti dei nostri ospiti: Paolo Zenarolla, vicepresidente della Caritas diocesana e padre adottivo, Francesco e Valentina, nostri cari amici nonché famiglia accogliente e Marco Mazzi, pediatra e già Presidente della nostra associazione Famiglie per l’Accoglienza.

Dopo un breve saluto da parte dell’Assessore Andrea Zini in rappresentanza del Sindaco di Udine, si è entrati nel vivo dell’argomento iniziando con Paolo Zenarolla che ha raccontato come nel percorso adottivo insieme a sua moglie, entrambi hanno sentito il bisogno di confrontarsi e condividere le esperienze con altre famiglie e perciò si sono avvicinati all’Associazione Famiglie per l’Accoglienza.

Si è approcciato al testo con curiosità riconoscendo parecchi aspetti che appartenevano già alla sua esperienza di vita: anche se in luoghi differenti, siamo tutti in un cammino di conversione, di umanizzazione, di ricerca di identità e di senso che “ci avvicina gli uni agli altri, perché è come se si andasse verso un essenziale che è un centro e che è comune per tutti.”

Un altro punto è stato il tema della gratuità. L’accoglienza come apertura ad una chiamata alla gratuità “…non si fanno delle rivoluzioni perché si risolvono i problemi, ma si segna un cambiamento di stile che rappresenta in sé già una rivoluzione, perché quando noi cambiamo il nostro percorso di vita, abbiamo già fatto una tappa molto importante della quale resta traccia e testimonianza per gli altri.” 

Prosegue poi evidenziando che, nel testo, Don Giussani ci invita a scoprire come dentro l’accoglienza, dentro l’apertura, un dire sì a un qualche cosa che entra nella propria storia personale e  familiare, c’è qualcosa di grande: una vita che è in grado di dare e ricevere.

Continua Paolo: “c’è un amore che abbiamo ricevuto: se non siamo consapevoli di essere stati amati è difficile poi stare dentro in questa dinamica. 

Io sono qui non a fare il professore, ma a condividere  la fatica di molti .Per questo dico che è indispensabile sentire  che siamo stati amati, altrimenti la fatica non riesce a trovare  il suo posto. E quando io penso all’esperienza che mi sta dando questa questa mia storia  di adozione è quella di una scarnificazione della mia esperienza di fede perché incomincio a pensare a come io ho accolto l’amore di Dio nei miei confronti. 

Siamo tutti impastati della stessa storia,  abbiamo tutti una paura matta di essere amati, di lasciarci amare, di abbandonarci all’amore degli altri, come tanti nostri figli che da una parte ti chiamano papà e ti danno i baci, e dall’altra ti danno i calci alle ginocchia che ti fanno male. Quindi il tema della gratuità e il tema  dell’accoglienza non sono qualcosa di pacifico, almeno per la mia esperienza, ma un percorso, un cammino di profondità che ci obbliga a  saper leggere  dentro i fatti quotidiani che sono molte volte piccole vicende di emotività, che però hanno bisogno di essere significati. Penso che sicuramente questo percorso è un percorso che non sarà mai completato.

In questo senso, per esempio, il percorso e l’esperienza fatte in Caritas si incrociano molto col cammino dell’associazione, col lavoro che l’associazione sta facendo che è quello di dire: l’accoglienza e l’ospitalità sono la via.  Noi in Caritas abbiamo sempre sostenuto la disponibilità delle comunità, la necessità per le comunità di aprirsi all’accoglienza. 

Che credo sia la stessa fatica che si fa nel dire alle famiglie “apritevi all’esperienza dell’accoglienza, provate, giocatevi in questa esperienza perché non è il problema di risolvere la permanenza dei minori nelle comunità, ma è la necessità di scoprire la capacità che la famiglia ha di essere ancora soggetto vitale, capacità di essere un soggetto che sa dare senso alle vite delle persone. Nella precarietà in cui molte volte si vive, nella temporaneità delle relazioni lavorative, amicali, anche familiari, affettive provare a porre dei segni che vogliono rimanere presenti,  con tutta la fatica che questo comporta, io credo che sia ciò di cui le nostre comunità hanno bisogno e forse anche quello  di cui noi abbiamo bisogno come persone umane, come dicevo per umanizzarci. Perché se no siamo fermi. Invece credo che l’accoglienza, il fatto stesso,  l’atto stesso  di far entrare nella tua storia personale familiare un’alterità ti obbliga a metterti in cammino. Perché devi confrontarti con pensieri, punti di vista, prospettive, scelte di futuro, spazi, interessi. E tutto questo ti obbliga a metterti in moto. E allora forse  il segreto della vita è questo, non è la irenica felicità che deriva dal fatto di avere tutto ciò che vogliamo.

Noi adulti su cosa siamo disposti a giocarci?

Leggendo questo testo mi sono ritrovato proprio a essere sollecitato ad una serie di riflessioni che riguardano sia la mia dimensione spirituale, sia il percorso di vita familiare,  dove sei insieme anche con un altro, con tua moglie con tuo marito e questo, tutto questo, non te lo giochi da solo,  ma te lo giochi sempre in un costante dialogo e confronto. 

Che per certi versi è una sfida. Io ricordo di aver parlato con molte persone,  che dicono “ma sì interessante questa cosa, bello però sai forse chissà non so  alla fine andiamo a rompere degli equilibri”. Sicuramente vai a rompere degli equilibri nel momento in cui  fai una scelta di affido, però forse è una scelta sana, vivificante, perché questi equilibri sono degli equilibri che ti fanno stare fermo lì dove sei. “ 

Francesco e Valentina hanno fatto diverse esperienze di accoglienza e l’idea di confrontarle con questo libro a loro piaceva molto. Hanno raccontato come si sono avvicinati all’idea dell’accoglienza: “Sposati con due figli e dentro un’esperienza di fede che stavamo vivendo insieme ad un gruppo di famiglie non era una cosa scontata,…. anzi era proprio una consapevolezza di essere stati amati.  E quindi un grandissimo sentimento di gratuità, il libro lo scrive bene: -dice: solo se si è amati, si ama: non da chi e nei modi che noi desideriamo, ma molto più profondamente ed essenzialmente-. Quindi questa gratitudine che vivevo…io desideravo restituire qualcosa….”.

Francesco era colpito da come le famiglie che si accostavano a questa esperienza fossero contente, nonostante a volte fossero tanti i problemi da affrontare.

Prosegue Valentina dicendo che nel tempo i figli sono cresciuti e la motivazione è un  po’ cambiata e la spiega facendo riferimento al libro: “… c’è un passaggio che parla dell’accoglienza come perdono del diverso nel senso di riuscire a superare questo primo impatto della diversità. E poi continua in un altro punto: accoglienza come esperienza suprema di carità. Cioè, dell’amore gratuito che non è generato e non si sostiene per un calcolo o per un tornaconto, non è vissuto per un calcolo, l’accoglienza realizza insomma la virtù della carità, quindi è un gesto libero che, per chi è cristiano, ci fa avvicinare a quello che è un po’ lo sguardo di Dio su di noi che c’è e non ha aspettato che noi fossimo degni di lui, bravi come lui, per venire incontro a noi.” 

Da ultimo è intervenuto Marco Mazzi sull’onda della dedica che don Giussani fece all’associazione. Uno stralcio dice: se il Signore si è chinato sui più piccoli per segnare la strada ai grandi, voi che fate lo stesso siete resi segno di una novità che, come onda, si dilata di famiglia in famiglia, dalla più prossima alla più lontana, in un movimento che è inizio di una società più umana, perché è fatta di persone appassionate al destino degli uomini, dareste la vita per uno solo di essi, avendo voi conosciuto il fattore che dà la vita e il respiro ad ogni cosa, così che chiunque, incontrandovi, si senta finalmente a casa, cioè ospitato e sicuro come un bimbo tra le braccia del padre.

“…è un libro che nasce dentro la vita, è un libro che nasce da degli incontri non è un libro che è stato fatto teoricamente per descrivere cos’è l’accoglienza familiare.” 

Marco ha spiegato poi che per lui e sua moglie la testimonianza delle famiglie con le quali hanno condiviso le esperienze è stata importantissima perchè ha permesso loro di capire che, pur nei propri limiti, l’esperienza dell’accoglienza era una strada possibile ed un bene per loro. “…chiaramente dentro un confronto, dentro una condivisione…tra l’altro farlo insieme voleva dire arricchire insieme, voleva dire che noi, con queste famiglie, riconoscevamo qualcosa che stava accadendo tra noi l’uno nell’altro anche aiutandoci, come ben scritto nel libro, in quell’equilibrio, in quella prudenza, in quella non presunzione, perché a volte la generosità può nascere da una presunzione anche di salvare l’altro…e invece Giussani scrive una parola che a me piace tantissimo l’accoglienza è un’obbedienza, una povertà, un’adesione alle circostanze che Qualcun altro suggerisce. E quindi noi abbiamo detto: proviamo!….”

Marco ha poi raccontato come, in una delle esperienze di accoglienza che lui e sua moglie hanno fatto, ha capito il significato di una parola molto importante che è la parola condiscendenza. “…..Cioè, noi siamo chiamati a scendere negli anfratti della persona che accogliamo, tentando, cercando con molta umiltà, con molti tentativi, con molto sacrificio ad immedesimarci in quello che lei vive…. Ecco cercando di immedesimarci in questa storia piena di attesa e di dolore che abbiamo davanti senza la pretesa di salvarla, riconoscendo che dentro c’è un bene che porta a noi e tentando con pazienza di portare quel bene che possiamo portare noi…”

Marco ha poi evidenziato un altro aspetto molto importante: “….ho imparato un’altra cosa: che quello che accade nell’accoglienza non va perduto, non si perde niente, magari passerà da travagli, da distanze, da percorsi inaspettati ma non va perduto. Lo sguardo che queste persone hanno ricevuto, questo dono che sono state per la nostra vita non si smarrisce, continua magari riemergerà dopo anni, però riemerge.”

E’ stato un incontro estremamente ricco e coinvolgente per tutti che si è concluso con i dovuti ringraziamenti e la lettura, da parte del moderatore Emanuele Greco, di una frase di San Paolo citata nel frontespizio del libro: “ Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo.”