Come possiamo non accogliere?
Quello che colpiva di più di Patrizia era il sorriso. Solare, disarmante, generoso, trasparente, buono. Perché lei era così: capace di accogliere in casa sua un ragazzo trentenne dal passato difficile, per poi lasciarlo andare via senza chiedere nulla, quando lui aveva improvvisamente cambiato idea, di ospitare amici di Famiglie per l’accoglienza, venuti da fuori Roma, di aprire la porta a un conoscente in difficoltà.
Patrizia Latorre lavorava come oncologa all’Asl 1 di Roma, professione che amava e per cui si spendeva molto, e avrebbe compiuto tra poco 68 anni. Aveva conosciuto l’esperienza di Famiglie per l’accoglienza, perché le due figlie gemelle, Nadia e Nicoletta, adottate a tre anni e mezzo, assieme al marito Carlo, medico nefrologo, erano in classe con Anna Maria, figlia di un’amica, Letizia, che faceva parte dell’associazione.
«Sono più di tutto quello che desideravo», le aveva sussurrato il marito, quando le avevano incontrate per la prima volta, dopo la convocazione da parte del tribunale per i Minorenni di Roma. Carlo, però, che aveva conosciuto a 16 anni, si era ammalato appena qualche anno dopo ed era venuto a mancare, lasciandola sola con le due figlie ancora piccole da crescere, che stavano rivelando alcune fragilità.
Fu anche l’amicizia con Stefania, che aveva invitato al Cammina Molise, una manifestazione di turismo, per compiere il giro delle chiese romantiche, e di Valter, che abitavano vicino a lei, a indurla a frequentare Famiglie per l’accoglienza a Roma, quando Nicoletta e Nadia erano quasi maggiorenni. «Voi mi piacete e capisco che siete diversi», diceva, «ma secondo me, si parla un po’ troppo di Cristo».
Eppure, era Patrizia ad essere una testimonianza per tutti e, piano piano, dentro quell’amicizia, quell’obiezione si sciolse fino a scomparire. Ripeteva sempre di avere poca fede. Quando, però, durante l’ultima Pasqua, mentre già era ricoverata in ospedale per la malattia fulminante, le fu inviato un messaggio con una frase di Chesterton: «Il cristianesimo è stato dichiarato morto infinite volte. Ma alla fine, è sempre risorto, perché è fondato sulla fede in un Dio, che conosce bene la strada per uscire dal sepolcro», lei rispose semplicemente: «È verissimo!».
Qualche anno dopo, ci fu una vacanza con don Sergio Ghio, che seguiva il centro giovanile di Colle Oppio, al monte Amiata. «L’avevamo invitata, ma non poteva venire a causa delle figlie – ricorda Roberto Nuti, responsabile di Famiglie per l’accoglienza del Lazio -.
Tuttavia, l’ultimo giorno di vacanza, durante la messa, mi accorsi con stupore che Patrizia era lì, in fila per prendere la comunione. Era venuta apposta da Roma per passare quell’ultimo giorno insieme a noi».
Quando era in ospedale sapeva di avere pochi giorni davanti. «Un amico ci ha condiviso una foto che lei gli aveva inviato proprio dall’ospedale – continua Nuti -. Il suo volto lieto e sorridente in quella foto è, per me, la testimonianza più evidente di quel cammino compiuto nel tempo, dentro un’amicizia semplice e vera».
Anche il funerale si è trasformato da un momento di dolore a uno d’incontro, come hanno dimostrato i tanti colleghi venuti a portarle l’ultimo saluto e che hanno voluto ricordarla commossi, profondamente colpiti da lei, dalla sua disponibilità. Tanto da decidere di chiedere informazioni su cosa fosse davvero Famiglie per l’accoglienza e decidere di fare una donazione proprio all’associazione. Ricordando quella porta di casa sempre aperta di Patrizia, dove lei ripeteva: «Siamo o non siamo famiglie accoglienti? Come possiamo non accogliere?».
Irene Trentin