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Giornata di inizio anno a Caravaggio: la testimonianza di Mariangela

L’11 ottobre scorso Famiglie dell’Associazione provenienti da tutta la Lombardia si sono ritrovate a Caravaggio (BG) per una giornata di Convivenza e di Pellegrinaggio alla Madonna. E’ stata questa l’occasione per una testimonianza di Mariangela. Qui alcuni brani del suo racconto.

 

Io e mio marito Luigi ci siamo sposati nel 1982, lo stesso anno in cui è nata l’associazione. Avevamo in mente di costruire una famiglia aperta e fin dall’inizio abbiamo seguito le attività dell’associazione. Abbiamo subito cominciato a partecipare ai primi convegni e a seguire gli incontri per un fascino che provavamo per questa esperienza e per una attrattiva verso questa possibilità di una profondità e umanità più grande che ci sembrava di cogliere guardando e frequentando chi già faceva parte dell’associazione.

Nel 1989 è nato nostro figlio Alessandro, nel 1992 è arrivata in affido Emanuela, che ci ha lasciato 2 anni fa perché si è sposata, nel 2001 è arrivato in affido Massimo che è rimasto con noi 2 anni e poi è rientrato col papà e “Alessandro 2” detto “Sandrino” per differenziarlo da nostro figlio. Sandrino è arrivato nel 2008 ed è rimasto con noi per 5 anni fino alla maggiore età, per poi rientrare nella sua famiglia d’origine, con cui siamo ancora in contatto e con la quale c’è un ottimo rapporto.

Il 2013 è stato l’anno in cui la nostra famiglia è tornata alla sua dimensione originale, e nonostante abbia sempre continuato a fare segreteria per il gruppo affido, mi sembrava che mancasse qualcosa e soprattutto sentivo un certo disagio di fronte al continuo richiamo del Papa a “Essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa in uscita”.

20151011_151340Avevamo comunicato una generica disponibilità all’ospitalità, ma non si era mai concretizzato nulla… Fino all’arrivo di Emmanuel a luglio. È un giovane ugandese che è venuto in Italia per delle cure mediche. Ma c’era un problema: io e mio marito non parliamo inglese. Lui era ormai da qualche mese in Italia e ormai capiva un po’ l’italiano, ma non lo parlava. Così… qualche parola in italiano, qualche parola in inglese, qualche gesto, un po’ di mimica… Quindi la comunicazione era molto essenziale.

Quando Rose è arrivata in Italia si sono sentiti al telefono. Rose Busingye è questa infermiera che in Uganda ha messo in piedi un sacco di cose: dal meeting point all’opera di accoglienza di bambini disabili, e l’aiuto a tante famiglie e bambini in difficoltà tramite il sostegno a distanza. Emmanuel era uno dei tanti bambini di cui si è occupata e che continua a seguire. Le ho parlato e le ho detto della nostra difficoltà di comunicazione. La sua risposta è stata: “Non ti preoccupare, lui sente il vostro cuore”.

E’ proprio vero! Si può vivere insieme ed essere in comunione senza la necessità di doversi raccontare chissà che cosa. Abbiamo semplicemente condiviso il quotidiano e vissuto con profondità il tempo trascorso insieme. Il 20 settembre è tornato in Uganda. Lui e noi eravamo contenti. Avevamo potuto fare nuovamente quell’esperienza di condivisione della vita e di dono di ciò che abbiamo, che ti fa stare bene.

Si, nella nostra vita non è la prima volta che accade: attraverso le accoglienze che abbiamo fatto il mondo è entrato in casa nostra: Kazakistan, Albania, Romania, Polonia, Uganda. È come andare in missione rimanendo a casa propria, ed è un’esperienza bellissima.

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