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“Fare spazio ad un tu”

Ingrid racconta ciò che ha suscitato in lei l’incontro delle famiglie adottive dell’Associazione di Bergamo con la dottoressa Anna Campiotti Marazza del 23 novembre 2019 presso il centro Russia Cristiana di Seriate.

Durante l’incontro con la dott.ssa Marazza sulle relazioni tra fratelli dal titolo “Caino e Abele: il significato della fratellanza”, di tutto avrei pensato tranne che uscirne con questa frase: “Fare spazio ad un tu”, per me tutto il pomeriggio si può riassumere in queste 5 parole enormi, semplici, inattese e confortanti nello stesso tempo. Dico subito che sono andata all’incontro speranzosa di ricevere meschinamente una ricetta su come risolvere i continui litigi, anche fisici, tra le mie due figlie, due bellissime bambine peruviane: S. (10) e R. (7), la prima con noi da quasi 7 anni e le seconda appena entrata a far parte della famiglia a maggio 2019. La riposta che invece mi ha colpito in faccia brutalmente è stata molto più grande della mia piccola domanda: “Fare spazio ad un tu”, con tutta la fatica ed il lavoro vero che ne comporta.

Ciò che segue è quello che più mi ha aiutato e sfidato dell’incontro stesso. Essere fratelli significa avere accanto un altro da sé, differente nel modo di interagire con il padre e la madre, con le stesse circostanze in cui si è immersi. Un’alterità indubbiamente scomoda che chiede spazio all’altro per costruire se stessi. Questo chiede a noi genitori lo stesso lavoro, tra marito e moglie e tra genitori e figli: far entrare l’altro, lasciare che l’altro rompa i nostri schemi, solo in questo modo l’altro diventa un bene per noi e non solo un fastidio da gestire per minimizzarne gli effetti. Lo so che è meschino, ma a volte il mio intervenire nei litigi delle mie figlie è più motivato dal fatto che rompono un mio momento di quiete, o non agiscono come io immagino sia più consono, che dal volerle aiutare.

La famiglia assomiglia al mondo, dove impera un individualismo sconcertante, dove ognuno è sempre più convinto di difendere le sue posizioni e non aprirsi all’altro. Che schiaffo sentirselo dire e scoprire che è così che agisco a volte. Di cosa hanno bisogno i nostri figli? Non di stare davanti a qualcuno che si aspetta da loro solo il bene; ma di un luogo che li accolga completamente, in cui possano mettersi al lavoro nei tentativi di bene e di male, che abbracci i loro limiti, lasciando loro lo spazio perché facciano un’esperienza di sé impossibile se non avessero altri attorno. La stessa cosa vale per noi genitori.

I figli hanno bisogno di un luogo dove il padre e la madre sono in un lavoro, non semplice e che costa sangue, di aprire sé all’altro, a cui i figli possono guardare. Non ci chiedono di essere genitori perfetti, ma adulti capaci di prendersi la responsabilità di fargli vedere il cammino e il lavoro che chiediamo loro di fare, di infondergli il coraggio di stare di fronte all’alterità, di essere capaci di assumersi la responsabilità di volergli bene per come sono. Differenti l’un l’altro. Tutto è abbracciato da questo, anche la gelosia, che non deve mai essere eliminata, ma è responsabilità dei genitori aiutare i propri figli a viverla, facendo spazio all’altro da sé. “Si lo so, tuo fratello è scomodo, ma io gli voglio bene e voglio bene a te”. Non dobbiamo mai smettere di confortare i nostri figli nei loro sentimenti, alcune volte ingestibili per loro se noi per primi non riusciamo a farlo.

Che bellezza quando la dott.ssa Marazza, citando l’arcivescovo Scola, ha ribadito il significato di differenza e diversità. Durante tutto il suo intervento ha infatti utilizzato la parola differente parlando dei fratelli.

  • Diversità deriva da “divertere”, cioè altro che va lontano da me e non mi interessa.
  • Differenza ha origine da “differire”, portare in altro modo lo stesso significato: tu porti in altro modo rispetto a me il significato di essere persona, figlio di questo padre. Quindi ciò che differisce è una ricchezza, dice in altro modo una cosa che riguarda me e allora mi appassiona. In famiglia è una differenza quella che ci accomuna.

Tornata a casa ho bombardato tutti raccontando ciò che avevo sentito e ho guardato con una nuova tenerezza le mie due figlie ed i loro bisticci maneschi. É come se mi fosse stata data una luce nuova con cui guardare il loro rapporto, quello tra noi genitori e noi con loro, riaprendomi gli occhi sul duro lavoro che stanno facendo per diventare sorelle, partendo dalla loro evidenti differenze e guardando a noi, padre e madre, per avere la certezza che questo lavoro valga la pena. L’incontro è stato ben più ampio, ma la “mia pietra angolare”, ciò che dà struttura a tutto è questo: Fare spazio ad un tu.

Ingrid